domenica 4 luglio 2021

Ustica, il Mig e la barra di uranio: 41 anni dopo la strage di Arcangelo Badolati — 27 Giugno 2021


 Una barra di uranio nascosta in una valigia. E due aerei abbattuti: un Dc 9 carico di passeggeri, diretto in Sicilia e precipitato nel mare di Ustica e un Mig 21 con le insegne dell’aviazione militare libica finito tra i boschi della Sila.

Un patto scellerato

In mezzo l’ombra d’un patto scellerato tra i servizi segreti dei Paesi Nato e lo scheletro d’un “caccia” F14 americano comparso tra le balze di Castelsilano la mattina del 28 giugno 1980. Dopo quarant’anni, la strage di Ustica è ancora una questione irrisolta da tutti i punti di vista: giudiziario, militare e storico.

La scomparsa dell'aereo: l'inizio della storia

Ma ripartiamo dall’inizio. L’aereo scomparso dal controllo dei radar“Itavia 870”. Questa era la sigla del Dc 9 Itavia in volo la sera del 27 giugno 1980 da Bologna e Palermo. L’aereo scomparve con 81 persone a bordo dai radar nel cielo di Ustica e venne ritrovato spezzato sul fondale di quell’area del Mediterraneo. Alle iniziali ipotesi del «cedimento strutturale» e della «bomba a bordo» seguirà, prendendo sempre più corpo, la pista dell’abbattimento del velivolo attraverso l’utilizzo d’un missile.

La sentenza del 1999

A questo scenario – definitivamente accreditato dal giudice istruttore Rosario Priore con una sentenza ordinanza depositata nel 1999 – è collegato il ritrovamento, il 18 luglio del 1980 a Castelsilano, comune posto a cavallo tra le province di Cosenza e Crotone, di un Mig dell’aviazione militare libica. La tesi sostenuta dal magistrato inquirente è che venne organizzato quella notte un attacco aereo contro il velivolo, che volava nascosto nella scia del Dc 9 Itavia, nel quale avrebbe dovuto trovarsi il leader della Libia, Muammar Gheddafi. Il rais tripolitano, particolarmente inviso a francesi, inglesi, israeliani e americani, era scortato da due Mig, uno dei quali fu poi ritrovato in Sila. I “caccia” occidentali fecero fuoco colpendo per errore il jet civile. Gheddafi, al momento dell’attacco era tuttavia già in salvo, perché il servizio segreto militare italiano l’aveva avvisato poche ore prima della “trappola” mortale. Il generale Giuseppe Santovito, direttore del Simi, aveva infatti contattato il colonnello originario di Sirte e il suo braccio destro, Jalloud, per far cambiare rotta e programma. I Mig, invece, erano rimasti in volo secondo l’originario piano e, celati in scia, stavano probabilmente rientrando nella base più vicina.

I depistaggi e la morte sospetta di almeno quattro addetti ai centri radar militari italiani

Ma gli “alleati” del Patto Atlantico tutto questo non potevano saperlo. Solo a partire dal gennaio del 2007, dopo depistaggi clamorosi e la morte sospetta di almeno quattro addetti ai centri radar militari italiani in servizio in quella torrida notte d’estate dell’Ottanta, l’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ruppe ufficialmente il silenzio sulla vicenda confermando, in più occasioni, che il Dc 9 era stato abbattuto da un areo militare di un Paese della Nato «né italiano, né americano», spingendosi a riferire dell’utilizzo di un «missile francese». Di più: l’ex leader politico democristiano, che nel giugno 1980 era Presidente del Consiglio, rivelò pure sibillinamente che subito dopo l’abbattimento «un ufficiale pilota francese si tolse la vita».

Le sentenze civili e il bunker di Gheddafi

Nell’aprile 2013 la Corte di Cassazione italiana ha stabilito che l’aereo è stato disintegrato da un missile, ordinando il risarcimento per le famiglie delle vittime. Il governo francese, nel frattempo, dopo una lunghissima attesa, ha trasmesso alla procura di Roma i tracciati di quella notte di battaglia. I preziosi documenti sono all’esame dei pm Amelio e Monteleone, titolari della nuova inchiesta avviata per tentare di ricostruire la verità. Una verità forse raccontata nei documenti ritrovati nel quartiere generale di Tripoli, nel 2011, dove Gheddafi , ucciso quell’anno a Sirte, teneva nascoste le carte più compromettenti. Documenti finiti negli archivi di qualche servizio segreto europeo. Gli uomini delle agenzie d’informazione militare si sono precipitati nel bunker del “colonnello” per impadronirsi di quella “roba” scottante che, forse, la stampa non vedrà mai. Solo il figlio prediletto del leader libico, Saif al Islam, sopravvissuto al padre e alla rivoluzione sponsorizzata dai francesi, è in grado di raccontare segreti inconfessabili. Nessuno, però, sa dove sia finito. L’hanno “ufficialmente” preso prigioniero i membri d’una tribù di Zintan e, poi, di lui non s’è più saputo nulla.

La sentenza della Cassazione

Nell’ottobre 2013, intanto, sempre i giudici di legittimità della Cassazione hanno pure statuito che le indagini avviate per far luce sulla tragedia vennero viziate da una clamorosa e articolata «azione di depistaggio». Per questo hanno accolto il ricorso degli eredi dei proprietari della compagnia Itavia, finita in fallimento dopo la strage disponendo nei loro confronti anche un lauto risarcimento: 300 milioni di euro.

La nuova pista e la barra di uranio

Quattro decenni dopo la strage di Ustica, tuttavia, spunta un’altra pista in parte difforme da quella seguita da Rosario Priore. Una pista svelata dal lavoro d’inchiesta di Paolo Cucchiarelli, autore del volume “Ustica e Bologna, attacco all’Italia” in via di pubblicazione per la “Nave di Teseo”. Lo scrittore e giornalista racconta sulla base di documenti, testimonianze e perizie, che il Dc 9 fu abbattuto perché trasportava a bordo una barra di uranio destinata ai programmi d’implementazione atomica promossi da Gheddafi. L’uranio doveva essere preso in consegna a Palermo, trasferito a Tunisi e da lì a Tripoli. Per questa ragione il jet civile italiano era scortato «in scia» da un Mig libico. Il Dc 9 venne fatto cadere da un velivolo “occidentale” che si pose con i reattori sulla cabina di pilotaggio, bruciandola. A questo farebbe riferimento il copilota nella frase rivolta al comandante poco prima di precipitare e registrata nella scatola nera poi recuperata: «Guarda cos’è...».

L'inseguimento e il cacciabombardieri finito in Sila

Il Mig di scorta, a sua volta, avrebbe sparato contro il velivolo aggressore centrando però l’aeromobile Itavia. A questa fase sarebbe seguito un inseguimento, tra due F14 americani e l’aereo libico protrattosi fino a cieli della Calabria. Durante l’inseguimento pure uno dei cacciabombardieri statunitensi sarebbe finito in Sila tentando un atterraggio di fortuna. Precipitato tra i boschi venne poi sorvegliato dai militari italiani di stanza nella caserma di Cosenza sino al recupero. E sul punto Cucchiarelli ha raccolto la testimonianza di un caporale, Filippo Di Benedetto, all’epoca in servizio nella città calabrese che ha confermato tutto, individuando con precisione anche il punto di caduta. È andata davvero così?

Il “giallo” del pilota morto... due volte

Fadal Al Din: questo è invece il nome attribuito al pilota libico trovato cadavere in Sila il 18 luglio del 1980 e ritenuto dal giudice Priore alla guida del Mig coinvolto nello scontro. L’aereo e il pilota vennero fatti individuare 21 giorni dopo la strage tra i boschi calabresi nel quadro di una ben congegnata strategia di dissimulazione. L’uomo, si scoprì, non poteva infatti essere morto quel giorno. Negli anni scorsi, il medico legale Anselmo Zurlo, che eseguì l'autopsia, ha spiegato alla Gazzetta: «Il decesso era intervenuto almeno dieci o quindici giorni prima del ritrovamento ufficiale. Pensi che mentre eseguivamo l'esame autoptico venne un ufficiale dei carabinieri con il compito di prelevare le impronte digitali e quando cominciò le prime operazioni, la pelle della mano si scucì come un guanto rovesciato. Ciò ovviamente non accade in presenza di cadaveri di persone morte da tre o quattro giorni». Il giudice istruttore romano, a conclusione della sua monumentale indagine, sul velivolo trovato in Sila ha scritto: «Numerosi sono gli elementi di prova che quel Mig 23 cadde in tempo ed occasione diversi da quelli prospettati nella versione ufficiale. E che questa versione fu generata da una obiettiva coincidenza di interessi di tutte le parti, soggetti attivi e passivi dell'operazione, spettatori e manovratori. Tutti, chi per un verso chi per l'altro, avevano interesse a coprire la realtà dei fatti. La versione fu da noi accettata per considerazioni puramente politiche e non d'altro genere». In tal senso il magistrato fa riferimento al ministro della Difesa del governo dell'epoca, guidato dal presidente Francesco Cossiga. Ecco cosa afferma: «Il ministro Lelio Lagorio in termini di intelligenza e lealtà politica – giacché se avesse affermato il contrario avrebbe reso torto sia al suo ruolo che alle capacità e alle aspettative di chi persegue e s'attende la verità – ammette che il caso fu chiuso per ragioni politiche. Non si capisce però perché non emerga che esso nacque anche per cause politiche e, cosa più importante, che fu gestito secondo direttive politiche, perché di certo su scelte e decisioni che implicavano un altro Paese e in particolare la Libia, appare assurdo un mancato coinvolgimento del livello politico. Castelsilano – aggiunge Priore – è come Ustica. I militari negano addirittura l'esistenza dei fatti; asseriscono di conseguenza di non aver riferito, perchè non v'era nulla da riferire ai politici. I politici affermano – e non potrebbe essere altrimenti se le cose così stanno – di non aver saputo nulla».

La tesi del “picconatore”: parole come pietre

«Quando ero Presidente della Repubblica i nostri servizi segreti – ha dichiarato Francesco Cossiga – mi informarono che a provocare la strage di Ustica furono i francesi. Erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non sarebbe rimasto nulla dell'aereo». Il defunto Presidente ha fatto esplicito riferimento al Sismi e al generale Giuseppe Santovito, che guidò il servizio fino al 1981. «La tesi – ha spiegato Cossiga – è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi videro un aereo dall'altra parte di quello italiano che si nascose dietro per non farsi prendere dai radar».

Si trattava del Mig ch’era decollato per scortarlo. È quello poi trovato in Sila?

© Riproduzione riservata

Strage Viareggio: inaugurato murale di Maupal

 

Strage Viareggio: inaugurato murale di Maupal

Realizzato su muro che divide via Ponchielli dalla ferrovia

(ANSA) - VIAREGGIO (LUCCA), 03 LUG - Inaugurato oggi a Viareggio (Lucca) il murale realizzato da Mauro Pallotta, in arte Maupal, che rientra nel progetto Binario 10 promosso dal Soroptmist club international Viareggio Versilia in ricordo della strage alla stazione del 29 giugno 2009 di Viareggio, costata la vita a 32 persone. L'opera, realizzata sul muro di confine fra il quartiere Ponchielli, distrutto dal fuoco a causa del disastro, e i binari della ferrovia, raffigura una catena su sfondo giallo con su scritto 'Binario 10, la vera forza, amore, odio, perdono' e la frase di G.Giusti: 'Beato colui che può dire a sè stesso io ho asciugato una lacrima".


    Dopo i murales che due anni fa hanno conferito un'immagine nuova e artistica al muro di via Ponchielli coinvolgendo abilissimi street artist, si è così aggiunto il contributo di Maupal che ha tra l'altro dipinto Papa Francesco, la Regina Elisabetta e Donald Trump. (ANSA).

lunedì 5 aprile 2021

40 anni fa la scoperta delle liste della P2: l’anti-Stato


3 MINUTI CON...

LA STORIA

Quarant'anni fa l'Italia scoprì la P2

Il 17 marzo 1981 la Guardia di Finanza passò al setaccio Villa Wanda
il magistrato gherardo colombo (foto archivio l unione sarda)
Il magistrato Gherardo Colombo (foto archivio L'Unione Sarda)

Come tante scoperte, fu casuale. Il 17 marzo 1981 la guardia di finanza - su mandato dei giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone - passa al setaccio villa Wanda, ad Arezzo, e l'azienda tessile La Giole, a Castiglion Fibocchi. È una perquisizione nell'ambito dell'inchiesta sul falso rapimento del banchiere Michele Sindona. Tra le carte di Licio Gelli trovano invece l'elenco degli iscritti alla loggia Propaganda 2, la famigerata P2. Tra i 962 nomi spiccano quelli di 208 militari (43 generali e l'intero vertice dei servizi segreti), 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, banchieri, giornalisti, ministri, magistrati e imprenditori. Uno Stato parallelo all'ombra dello Stato di diritto. La slavina travolge il Paese, una delle pagine più oscure della storia italiana recente.

Licio Gelli (foto archivio L'Unione Sarda)
Licio Gelli (foto archivio L'Unione Sarda)

Golpisti, politici e imprenditori Ci sono Enrico Nicoletti, il costruttore in rapporti stretti con la banda della Magliana, e il giornalista Rai-europarlamentare Gustavo Selva, Silvio Berlusconi e il direttore generale del Banco di Roma Giovanni Guidi, l'attore Alighiero Noschese e Vittorio Emanuele di Savoia, il presidente di una sezione della Cassazione Carmelo Spagnuolo e il ministro Gaetano Stammati, il segretario del Psdi Pietro Longo, il generale dei carabinieri Italo Poggiolini e l'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, membro della giunta militare che rovesciò il governo di Isabelita Peròn con il golpe del 1976. Insomma, di tutto un po'.

La Treccani Il tema è così importante da aver conquistato una voce nel prestigioso dizionario di storia. Testuale: "P2, loggia massonica coperta, appartenente in origine al Grande Oriente d'Italia. Sciolta nel 1974 ma ricostituita come associazione segreta nel 1975, sotto la guida di Licio Gelli si trasformò, anche per il profilo degli affiliati, in una potente forza occulta in grado di condizionare il sistema economico e politico. La scoperta e la pubblicazione (1981) degli elenchi degli affiliati e del programma della P2, sulle cui ramificazioni e discendenze permangono consistenti interrogativi, aprirono un caso politico e giudiziario. Sciolta d'autorità in quanto associazione segreta (1982), la P2 fu oggetto di un'inchiesta parlamentare e di vari procedimenti giudiziari".

Maurizio Costanzo e Silvio Berlusconi (foto Ansa/ Ferraro)
Maurizio Costanzo e Silvio Berlusconi (foto Ansa/ Ferraro)

Il terremoto I nomi diventano pubblici il 20 maggio 1981. Il 22 maggio viene emesso un mandato di cattura per procacciamento di notizie sulla sicurezza dello Stato e spionaggio politico nei confronti di Gelli, scappato in Svizzera. Il 23 maggio si dimette il ministro della Difesa Aldolfo Sarti: il suo nome è tra gli aspiranti iscritti alla loggia segreta. Dimissionari anche i piduisti Giovanni Torrisi, capo di stato maggiore della Difesa, e i capi dei servizi segreti Giuseppe Santovito e Giulio Grassini. Il 26 maggio tocca al presidente del Consiglio Arnaldo Forlani rassegnare le dimissioni. Lo sostituirà il repubblicano Giovanni Spadolini. Nel frattempo, la Corte centrale del Grand'Oriente d'Italia - guidata dal cagliaritano Armandino Corona - processa ed espelle Gelli.

Rizzoli-Corriere della Sera Il 13 giugno Franco Di Bella lascia la direzione del Corriere della Sera. Il suo nome è nella lista P2 assieme a quelli dell'editore Angelo Rizzoli, di Bruno Tassan Din e del banchiere Roberto Calvi, azionista della casa editrice con il 40 per cento delle quote. Si accerta che il programma della P2 era parte del "piano di rinascita democratica" che Gelli spiegò in un'intervista concessa a Maurizio Costanzo - anche lui affiliato alla loggia - pubblicata sul Corriere della Sera il 5 ottobre 1980. Nel testo originale del piano - sequestrato a luglio '82 alla figlia di Gelli, Maria Grazia - si legge: «L'obiettivo deve essere, nei partiti, nella stampa e nel sindacato, quello del controllo delle persone che in ogni formazione o in ogni giornale siano ritenute sintoniche con gli obiettivi del Piano e della creazione di strutture (formazioni politiche e giornali) che se ne facciano strumento di realizzazione. Per il sindacato in particolare, deve essere prioritario l'obiettivo della scissione dell'unità sindacale per poi consentire la riunificazione con i sindacati autonomi di quelle componenti confederali sensibili all'attuazione del Piano». Un colpo di Stato con tutti i crismi.

Arnaldo Forlani ai funerali di Giulio Andreotti (foto Ansa/ Carconi)
Arnaldo Forlani ai funerali di Giulio Andreotti (foto Ansa/ Carconi)

L'indagine Tina Anselmi, la prima donna a diventare ministra, guiderà la commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2, istituita il 23 ottobre 1981. Conclude i lavori nel 1984. Ecco alcuni passi della durissima relazione conclusiva: «L'ampiezza e la gravità del fenomeno coinvolge, ad ogni livello di responsabilità, gli aspetti più qualificati della vita nazionale. Abbiamo infatti riscontrato che la loggia P2 entra come elemento di peso decisivo in vicende finanziarie, quella Sindona e quella Calvi, che hanno interessato il mondo economico italiano in modo determinante. (...) Non si è trattato, in tali casi, soltanto del tracollo di due istituti di credito privati di interesse nazionale, ma di due situazioni finanziariamente rilevanti in un contesto internazionale, che hanno sollevato - con particolare riferimento al gruppo Ambrosiano - serie difficoltà di ordine politico non meno che economico allo Stato italiano. In entrambe queste vicende, la loggia P2 si è posta come luogo privilegiato di incontro e centro di intersecazione di una serie di relazioni, di protezioni e di omertà che ne hanno consentito lo sviluppo secondo gli aspetti patologici che alla fine non è stato più possibile contenere. In questo contesto finanziario la Loggia P2 ha acquisito il controllo del maggiore gruppo editoriale italiano, mettendo in atto, nel settore di primaria importanza della stampa quotidiana, una operazione di concentrazione di testate non confrontabile ad altre analoghe situazioni, pur riconducibili a preminenti centri di potere economico. Queste operazioni infine si sono accompagnate ad una ragionata e massiccia infiltrazione nei centri decisionali di maggior rilievo, sia civili che militari e ad una costante pressione sulle forze politiche. Da ultimo, non certo per importanza, va infine ricordato che la loggia P2 è entrata in contatto con ambienti protagonisti di vicende che hanno segnato in modo tragico momenti determinanti della storia del Paese».

I processi Nel 1991 Licio Gelli e altre dodici persone rinviate a giudizio per cospirazione contro lo Stato. Accusa dalla quale il Tribunale lo assolve tre anni dopo. Condannato invece per procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato e, più in là, per depistaggio nel processo per la strage di Bologna in concorso con il generale piduista del Sismi Pietro Musumeci, il colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza. Muore il 15 dicembre 2015 a villa Wanda, là dove lo scandalo P2 era deflagrato trentaquattr'anni prima. Si chiude un'epoca: molti segreti (forse) resteranno tali per sempre.

© Riproduzione riservata

La P2 di Licio Gelli, l'attività della Commissione parlamentare d'inchiesta, i radicali

Qui si sente anche la testimonianza di Enrico Berlinguer segretari del partito comunista gennaio 1984 https://www.radioradicale.it/scheda/631873/la-p2-di-licio-gelli-lattivita-della-commissione-parlamentare-dinchiesta-i-radicali    

La P2 di Licio Gelli, l'attività della Commissione parlamentare d'inchiesta, i radicali

SERVIZIO | di Aurelio Aversa - Radio - 12:49 Durata: 4 ore 13 sec
A cura di Delfina Steri
Player
31:20
4:00:13
CC1x
CLOSED CAPTIONSNo subtitlesItaliano
 
T.

Anselmi, Piccoli, Berlinguer, Pannella, Almirante, Craxi...

genn-feb 1984 Comm.

Puntata di "La P2 di Licio Gelli, l'attività della Commissione parlamentare d'inchiesta, i radicali" di mercoledì 17 marzo 2021 , condotta da Aurelio Aversa .

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Almirante, Banche, Berlinguer, Dc, Gelli, Governo, Istituzioni, Massoneria, P2, Pannella, Parlamento, Partiti, Partito Radicale, Pci, Piccoli, Politica, Psi, Storia.

La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 4 ore.