giovedì 15 ottobre 2020

La vera storia degli indiani d'America

Chi sono, da dove vengono e quali tradizioni hanno i nativi americani, ossia le popolazioni che, per secoli, abbiamo chiamato “pellerossa”.

Tantissimi secoli fa, in un'altra era geologica , il continente americano e quello asiatico non erano separati dal mare, come lo sono oggi tra l'Alaska e la Siberia . Erano invece uniti da una striscia di terra chiamato Beringia.

Oggi la Beringia non esiste più, è una terra sommersa, e il tratto di mare che separa America e Asia si chiama stretto di Bering  Lungo quella terra gli antenati degli indiani, partiti dalla Mongolia 20mila anni fa, hanno raggiunto l’America, dando origine alle popolazioni pellerossa.

IL VERO NOME DEGLI INDIANI

Chiamare questi popoli indiani d’America , non è giusto e l’errore fu di Cristoforo Colombo: quando, nel 1492, toccò le coste del continente americano, Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie , vera meta del suo viaggio. Di conseguenza chiamò le popolazioni di quei luoghi “indiani” . Quando fu chiaro che, invece delle Indie, aveva scoperto un nuovo continente, l’America, ormai l’errore era fatto.

Il nome corretto delle popolazioni che abitavano il continente prima dell’arrivo di Colombo e dei conquistatori europei è nativi americani . “Pellerossa” fa invece riferimento al colore della loro carnagione ed è un termine sbagliato tanto quanto “indiani”.

IL FURTO DELLE TERRE

Quando capirono che era stato scoperto un continente sconosciuto e nuovo, gli europei si mossero alla sua conquista. Inglesi e francesi fecero di tutto per impossessarsi dei territori rubandoli ai nativi e, dopo anni di aspre lotte, massacri e guerre sanguinose ci riuscirono, costringendo i nativi americani a vivere in territori pensati apposta per loro e chiamati “riserve indiane”.

FU UNO STERMINIO?

Nonostante i film Western abbiano nel tempo dipinto un quadro idealizzato e romantico delle imprese di cowboy e coloni contro i "selvaggi" delle praterie, quello che gli europei riservarono agli indiani d'America fu un vero e proprio massacro, tanto che molti studiosi parlano (non a torto) di "genocidio dei nativi d'America".

Nel corso di poco più di due secoli infatti, oltre l'80% della popolazione nativa venne spazzata via, con una perdita di vite umane che si calcola intorno ai 100 milioni di individui.

LE RISERVE INDIANE E LE BATTAGLIE

Le riserve indiane erano zone destinate ad accogliere le tribù indiane , che l'avanzata dei bianchi scacciava, mano a mano, dai territori d'origine. Erano i territori che ai bianchi non interessavano, sia perché non possedevano ricchezze minerarie da sfruttare sia perché erano troppo aridi o freddi per consentire agli europei l'agricoltura o l'allevamento. Le popolazioni native, fiere e coraggiose , combatterono a lungo contro l'invasore bianco.

Tra le battaglie più importanti che hanno segnato la storia di questo popolo ne ricordiamo due:

- la battaglia di Sand Creek (nello stato del Colorado), del 1864, in cui l'esercito americano compì una strage sterminando un intero villaggio, donne e bambini compresi.

- la battaglia di Little Big Horn (nello stato del Montana), del 25 giugno 1876, in cui i nativi americani riportarono un’importantissima vittoria contro il Settimo reggimento di cavalleria dell'esercito americano, riuscendo anche a uccidere il loro comandante, il generale George Armstrong Custer.

Oggi i discendenti dei nativi americani rimasti sono appena qualche migliaio, stanziati in diverse zone degli Stati Uniti.

LA SOCIETÀ

La popolazione dei nativi americani era divisa in circa 250 tribù , distribuite in tutto il continente nordamericano, da sud a nord. Le più famose erano quelle degli Apaches, dei Sioux, dei Navajo, degli Cheyenne e dei Mohicani.

Ogni tribù aveva un capo , con il compito di stabilire le regole della vita della comunità. Tutti gli appartenenti alla tribù avevano un compito da svolgere.

Uomini, donne, anziani e bambini, ciascuno dava il suo contributo alla vita comune: le donne cucinavano e costruivano il tepee (la tipica tenda dove abitava tutto il nucleo famigliare), mentre gli uomini cacciavano e proteggevano la tribù in caso di guerre. Agli anziani invece spettava il compito di educare i più giovani e tramandare loro valori e tradizioni.

Al contrario dei bianchi, gli indiani non combattevano mai per il possesso delle terre perché, secondo la loro concezione, la terra era di tutti.

I VILLAGGI

L’abitazione tradizionale indiana è il tepee , ed è la classica tenda a forma di cono che tutti conosciamo. Era comoda, perché si poteva smontare e spostare quando si voleva.

Spesso, infatti, gli indiani svolgevano una vita nomade, sempre alla ricerca del territorio che dava più frutto. Oppure seguivano gli spostamenti delle mandrie di bisonti per dare loro la caccia, poterne mangiare le carni e ricavare vestiti e tepee dalle loro pelli.

LE TRADIZIONI E LA RELIGIONE

I grandi protagonisti della religione dei nativi americani erano gli “spiriti”. Dominavano ogni cosa, dagli uomini alle piante e il più importante era il Grande Spirito o Manitù.

I sacerdoti si chiamavano sciamani (Wichasha Wakan,"colui che conosce le cose sacre" in lingua Sioux) e avevano il potere di comunicare con gli spiriti e di guarire gli uomini dalle malattie.

Ogni tribù aveva il suo totem, un palo di legno sul quale erano rappresentate le insegne della tribù o del suo capo. Ogni totem aveva due ali, perché gli indiani pensavano di essere “angeli che hanno un corpo.

Inoltre, vi erano sempre incise le fattezze di alcuni animali, per esempio la farfalla, l’aquila o il bisonte. Ognuno di questi animali rappresentava una “qualità” che la tribù desiderava possedere. Il cavallo, per esempio, rappresentava la libertà, l’aquila il potere spirituale, il lupo la lealtà, il bisonte l’abbondanza.

Molti capi indiani sono famosi. Tra i più importanti ricordiamo:

Toro Seduto: il suo vero nome era “Bisonte Seduto” e fu il capo dei Sioux Hunkpapa che
vinsero la battaglia di Little Big Horn contro il generale Custer.

Cavallo Pazzo: capo dei Sioux Lakota, prese anche lui parte alla vittoriosa battaglia di Little Big Horn. Famoso il suo grido d'incitamento "Hoka Hey", che si può tradurre con "Andiamo uomini".

Geronimo: il soprannome gli fu dato dai nemici messicani (il vero nome era "Colui che sbadiglia") che storpiarono lo spagnolo "Girolamo". Fu il capo dell'ultima grande resistenza nativa ai coloni europei 

Buon inizio 🎶🎸
« Desidero ribadire, ricordare .. che non si trattò di una scoperta, caso mai di una riscoperta, perché quando Cristoforo Colombo con il solito capello fluente, occhio sognante, piede sicuramente fetente, sbarcò sull'isola di Santo Domingo, c'era una popolazione, c'erano quelli che poi sarebbero stati chiamati Domenicani, ed erano lì da circa 20 - 30 mila anni. Avevano attraversato lo Stretto di Bering insieme a tutti gli altri che sarebbero stati chiamati a loro volta Indiani.
Quindi la sera del 12 Ottobre, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli Indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il giorno del più grave lutto nazionale. »

Io Amavo (copiata dalla pagina Facebook del mio amico Alberto Gaburro )

 Io amavo

è passato tanto tempo
e troppa solitudine
ha colmato l’assenza
così ho raccolto
tutte le lacrime
in vane e scarse poesie.
Ho sfigurato
il mio cuore
in attesa di miracoli
e si sa quelli avvengono
nelle fiabe
o accadono ai buoni
così lo specchio
del mio sentire
è impazzito
infrangendosi
nelle troppe mani
che l’hanno toccato.
Io amavo, punto
e forse a capo.
(Lucia Ferrara - "Io amavo")




E' morto Aldo Anghessa! qui la sua vita spericolata

Alcuni giorni fa è morto a Dakar Aldo Anghessa; un faccendiere noto per essere anche invischiato con la morte della giornalista Ilaria Alpi e anche con Vicenza. Una Spy Story surreale dove non si capisce bene il suo ruolo. Forse il suo sogno era di diventare un agente segreto o forse ha usato tutto per depistare? Qui un ricordo su di lui fatto da un giornalista che lo aveva conosciuto, Paolo Fusi. Noi qui in questo gruppo lo abbiamo sentito nominare molte volte con la spy story vicentina postata da Luciano PanatoGli stati generali

IN MORTE DI ALFA ALFA, LA SPERICOLATA VITA DI UN “EX 007”

22 Settembre 2020

È morto Aldo Anghessa. Il mitico Alfa-Alfa, l’agente Lotti-Ghetti, il Comandante Manfredini. Scegliete pure tra le sue mille maschere di successo. È morto solo, come ha sempre vissuto, anche quando era in mezzo agli altri, attore di una spettacolare pièce teatrale, di cui era autore, protagonista e regista, e che aveva preso fin da giovane il posto della sua vera esistenza, dei suoi veri sentimenti, del suo vero io.

La stampa comasca e ticinese, che ancora si ricorda di lui, all’annuncio della morte non sapeva nemmeno come definirlo. Alla fine hanno scritto “ex 007 bergamasco”, ma Aldo non era nulla di tutto ciò – non era mai stato un agente dei servizi segreti, era la sua facciata pubblica per spillare quattrini alle sue vittime. Non era bergamasco, era di famiglia siciliana ed aveva passato quasi tutte le sue innumerevoli vite tra Como, Chiasso, Bellinzona e Casco, un villaggio sperduto sulla collina dietro Bellagio, dove non poteva trovarlo nessuno, e dove, nei momenti in cui non “spillava” abbastanza soldi per vivere, veniva campato da una farmacista, perdutamente innamorata di lui: perché Aldo aveva occhi azzurri forti e penetranti, era galante, e mascherava benissimo la sua totale incompetenza su qualunque argomento, e molte donne lo hanno adorato – e non solo perché è stato il più grande genio della millanteria che abbia mai conosciuto.

Messa così, sembra che io lo disprezzassi, ma vi sbagliate. Gli volevo un bene contraddittorio e difficile, ma come tutti coloro che lo amavano (compresi i suoi due figli, soprattutto i suoi due figli), cercavo di stargli il più lontano possibile, perché lui aspirava le vite altrui e manipolava tutto e tutti, come lo scorpione che attraversa il lago sul dorso di una rana. Eppure, quando ero all’inizio della carriera, e mi trovai nei guai, fu l’unico ad aiutarmi veramente – per poi, una volta che fossi tornato in equilibrio, tirarmi una fregatura solenne, la prima tentata e l’ultima che gli sia riuscita, perché poi ero diventato prudente. Ma non mi illudo che abbia mai provato vera amicizia per chicchessia, anche se era veramente spiritoso. Una volta feci un viaggio insieme al mio suocero di Lipsia. Ci incontrò nella piazza principale di Locarno, uscì da dietro una colonna con fare minaccioso, coperto da un tabarro ed un cappellone da gangster degli anni 30, ed Helmut credette davvero di aver incontrato il Diavolo in persona, o almeno il capo della sua guardia personale. Spesso, se eravamo a tavolo con il suo pubblico, fingeva di sussurrare qualcosa a me o a altri nell’orecchio. Dava l’impressione di spionaggio, diceva

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Miliziani mercenari del RUF, che hanno insanguinato la Sierra Leone

Una volta, in un costosissimo ristorante di Bellagio, c’era una famiglia americana che mangiava spaghetti in bianco su cui aveva spremuto del ketchup. Aldo andò loro incontro e li imboccò dal suo piatto, facendo loro assaggiare la differenza. Quelli non sapevano come comportarsi, capirono solo di aver fatto una figuraccia. Anche perché ciò che Aldo chiamava “parlare inglese” assomigliava al “nous voulevons savuare” di Totò. Conosco molti contrabbandieri e trafficanti d’armi e rifiuti tossici che lo adoravano come una sorta di innocuo incantatore di serpenti. Ma non era innocuo. In galera, ancora oggi (a meno che non sia morto) c’è un altro trafficante, ex agente dei servizi, sodale di Francesco Cossiga, che Aldo aveva convinto a pranzare con il generale Ba, uno dei capi militari del RUF, la milizia mercenaria del dittatore della Liberia, Charles Taylor, per vendere ai liberiani una partita falsa di mitragliatori e poi farli arrestare in blocco per le stragi che il RUF ha compiuto in Sierra Leone. Quell’agente, un altro spostato, ci andò con la moglie, per impressionarla. Il miliziano le fece una corte serrata, la ragazza era colpita e civettava. D’un tratto il generale guardò a brutto muso l’agente del SISMI e gli disse, passando improvvisamente dall’inglese all’italiano: “Questa è una puttana, è pericolosa per il nostro mestiere, meglio che te ne liberi”. Tirò fuori una pistola e le distrusse la testa con un colpo a bruciapelo, per poi alzarsi e sparire nella calma oscena ed afosa di Monrovia. Aldo riportò il malcapitato in Italia, che è impazzito, non si è mai più ripreso.

Aldo non usciva mai dal personaggio, nemmeno quando rischiava la pelle o sfondava il muro del ridicolo. Una volta solo lo vidi per come era davvero. Aveva passato un anno in galera, era distrutto, non aveva un centesimo, non sapeva dove andare, era percorso da tremiti incontrollabili, era sporco e disordinato (proprio Aldo, che ci teneva tantissimo ad ogni dettaglio), inciampava sulle frasi, gli veniva da piangere. Mia moglie Kerstin ed io abitavamo a Menaggio. Lo portammo a casa e lo tenemmo lì per una settimana, ed era come avere in giro un bambino triste e confuso, che faceva discorsi che non ha mai fatto prima, e dopo mai più. Mostrava finalmente la paura che ha caratterizzato tutta la sua vita, e che è stata la sua grande forza, perché con quel terrore alle spalle era capace di qualunque cosa, di viaggi interminabili senza dormire mai, di atti di un cinismo inenarrabile, di mentire in modo goffo ed al contempo elegante, di minacciare in modo da far spavento a chiunque. E di spillare soldi, usando tutti, promettendo la luna per poi darti un ciottolo avanzato dal ciglio per la strada, spacciandolo per pietra venusiana.

Voleva fare il paracadutista, lo scartarono. E poi lo scartarono dai marò, e lui doveva aver combinato qualche marachella, perché scomparve dalla circolazione, lasciando dietro sé una fidanzata incinta, e riemerse qualche anno dopo (aveva fatto il commerciante di legnami a Beirut, ed era finito talmente nei guai da dover scappare a piedi in Israele, farsi arrestare per vagabondaggio e rimpatriare in Italia), come una talpa da un cunicolo lungo quanto il mondo, a metà strada tra Bellinzona e Locarno, dove aveva incontrato una locandiera, l’aveva sposata, aveva avuto un secondo figlio, ed aveva iniziato a millantare per vivere. Il metodo era sempre lo stesso. Leggeva i giornali e, quando incontrava un’inchiesta penale interessante, parlava con i giornalisti che ci lavoravano su e si inventava una verità alternativa.

A quel punto faceva tre cose: si presentava al magistrato sostenendo di essere un ex agente dei servizi, ora free lance, che aveva nuove prove – e chiedeva soldi. Poi si presentava dagli indagati, prometteva loro protezione tramite depistaggi o grazie a prove che inguaiassero altri amici – e chiedeva soldi. Poi parlava con i giornalisti e costruiva per loro una bella storia alternativa – 50% vera e 50% falsa. Quella falsa, a volte, la costruiva con documenti veri. Ha fatto così anche con me, la prima volta. Mi dava del lei, mi faceva sentire importante, mi invitava a pranzo o a cena in un costoso hotel di Como, dove non pagava, perché ricattava il proprietario. Quello gli aveva dato i documenti per proteggerlo in uno scandalo, ed Aldo li aveva dati al magistrato. Era un uomo intelligente e, spesso, inventando indovinava la verità, come la volta che fece un giro di giostra con un faccendiere italiano a Londra, quasi cieco, che gli raccontò la verità sulle tangenti di Telekom Serbia, almeno due anni prima che la scoprissero i magistrati.

Una delle navi denunciate da Alfa Alfa perché trasportavano rifiuti tossici in Africa

Aldo era diventato famoso per l’invenzione del “mercurio rosso”, che lui sosteneva fosse una sostanza che rendesse gli aerei invisibili ai radar, ed usò una storia vera di contrabbando di armi tra Trieste e la Slovenia (che allora era ancora Jugoslavia) per accreditarsi, e ci campò per anni – per giunta imbarcandosi su una nave di contrabbandieri, la Boustany One, cui lui promise protezione e poi vendette alla magistratura. Durante la guerra in Bosnia Aldo scoprì un vero caso di truffa ai danni del neonato Stato sloveno e lo denunciò alle autorità tedesche – ma era un’inchiesta che toccava personaggi eccellenti. La magistratura di Monaco di Baviera mandò un ispettore in incognito ad indagare, nonostante Aldo lo avesse sconsigliato, e quello venne accoppato a Trento, lui e la moglie, ed il magistrato locale (che poi ha fatto una lunga e fortunata carriera) non riuscì a venirne a capo. Io scrissi due storie importanti per la stampa tedesca, ed Aldo mi fece incontrare un trafficante sloveno, un uomo spaventoso, che ora sconta l’ergastolo in Australia per omicidio plurimo, pedofilia e furto d’auto. Un altro matto scocciato.

Tutti i procuratori che hanno lavorato con lui sono finiti nei guai, perché dopo un po’ non capivano più cosa fosse vero e cosa falso. Si fece intervistare dalla RTSI (la TV di Stato ticinese) e raccontò che c’era una bomba atomica dimenticata in una cassa alla Dogana di Ginevra, e diede persino i numeri di serie della cassa. Come li aveva avuti? Si era offerto di vendere arsenico ed esplosivo per conti di alcuni contrabbandieri dominicani, e poi diede i dati di quella cassa alla Polizia Cantonale. L’ufficiale ginevrino che fece gli arresti mi raccontava, piegato in due dalle risate, di quando avevano identificato e sequestrato la cassa, sulla quale un operaio stava seduto e consumava un panino con la salsiccia ed una birra. Gli avevano detto di non muoversi, che era forse seduto su ordigno nucleare, e quello aveva vomitato dallo spavento e poi era svenuto.

Quando smisero di credergli, lui compì quello che, secondo me, è stato il suo capolavoro. Il console onorario zurighese di un paese sudamericano era in pensione, sua moglie stava morendo di cancro, lui aveva finito i soldi, e vendette il contenuto dei bagagli di tutti i cittadini del paese sudamericano che, nel corso degli anni, erano passati da casa sua e poi erano spariti. Mise degli annunci sul giornale (un altro matto, poverino), ed in uno scrisse che aveva una valigetta contenente una boccetta d’uranio più un liquido rosso non identificato. Aldo gli disse: sono Alfa-Alfa, alias Comandante Manfredini della CIA, ci penso io. Chiamò due corrieri della mafia siciliana residenti in Ticino, scampati alle inchieste truccate della magistratura luganese, due bulli da baretto slavo di periferia ed un vero intermediario d’armi russo, ed organizzò un incontro a Zurigo per vendere uranio arricchito e mercurio rosso. Una stronzata. Ma la Polizia di Zurigo ci credette, arrestò tutti, Aldo incassò la taglia. In fondo, nessuno dei convenuti era veramente innocente. Questo giochetto lo ha fatto mille migliaia di volte, finché è inciampato sul fatto che la magistratura avesse deciso di vendicarsi e lo buggerasse per i tanti soldi truffati alla Polizia. Tra le altre cose dicevano che avvertisse che ci fossero bombe sui treni, incassasse la taglia, e poi si scopriva che l’ordigno non era innescato, ed al processo dissero che le bombe le avesse messe lui.

Una copertina del settimanale “L’Europeo”, che conteneva un lungo dossier su Anghessa

Aveva un talento per scoprire e turlupinare matti scocciati, come Guido Garelli, che si era inventato uno Stato inesistente nel deserto della Libia meridionale, ed aveva iniziato a comprare e vendere armi, oro, petrolio, ed a sotterrare rifiuti tossici. Aldo gli rubò la moglie (che è poi stata la madre del suo ultimo figlio, una bambina), poi spifferò tutto a tutti, e Garelli finì prima in prigione, poi in manicomio. Mi diceva: i matti di quel tipo li annuso, perché so fin troppo bene come sono, nel profondo delle loro anime. Con me non possono mentire – diceva – perché il Signore di tutte le bugie sono io, gli altri sono solo patetici dilettanti. E nella sua ultima corsa, che lui sperava fosse vera e pulita, alla ricerca di un contratto di fornitura di gas ucraino, ce la mise tutta, mise nei guai i figli (e, se non fossi stato attento e non mi fossi “sfilato”, anche me), e poi dovette scappare a Dakar, perché sapeva bene che, di nuovo in prigione, ne sarebbe morto. In quella ultima corsa, in cui veramente era stato onesto, fallì perché non sapeva lavorare in squadra, e si era circondato di imbecilli assetati di soldi e senza nessuna competenza, che fecero fallire l’operazione.

Non ha mai avuto amici, ha odiato sé stesso con tenacia e disincanto, per tutta la vita ha rincorso il sogno di diventare un vero eroe, di essere veramente lo 007 che si spacciava di essere – ed ha sofferto sapendo che non lo sarebbe mai stato, e che proprio questo gli permetteva di guadagnarsi da vivere. Per questo gli ho voluto bene, perché lo capivo. Perché, anche se professionalmente mi ha creato qualche problema, quando si trattava di scrivere, scrivevo solo ciò che sapevo fosse vero e documentabile – e lui si arrabbiava tantissimo, e spariva per mesi. Una volta mi ordinò di scrivere un articolo, io dissi di no, lui scomparve per oltre un anno, e poi ricomparve a bordo di una Lotus (sembrava la Delorian di Back to the Future…), davanti al portone del settimanale zurighese per cui lavoravo. Come se non fosse accaduto nulla.

Ma era solo, sempre solo: tradiva tutti, poi mendicava aiuto, ed è morto solo come un cane, in esilio, a Dakar, dimenticato e screditato. L’Italia in cui lui tramava era quella degli anni 70, nel nuovo secolo era fuori posto, non si sapeva più comportare, i suoi trucchi non funzionavano più, la gente era cambiata. Che sia morto l’ho letto sui giornali, e mi ha fatto una pena tremenda. A lui devo delle lezioni di vita che non dimenticherò: non quelle di faccia tosta, ma di quale prezzo insopportabile si possa pagare per essere sempre e coerentemente un millantatore, un manipolatore, un cinico scorpione. Non lo sentivo più da quasi vent’anni, ovviamente. Ma non l’ho mai dimenticato. Nella mia straordinaria galoppata nella vita, Aldo Anghessa resta indimenticabile. Per questo, come un nonno ai suoi nipotini, intorno al fuoco, ho voluto raccontarvi di lui. Nessun altro dei giornalisti che lo conoscevano bene ed hanno lavorato con lui avrà mai il coraggio di farlo.

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