Gli oneri, relativi al costo dei servizi a favore delle persone con
disabilità grave, anziane non autosufficienti, e finanche di persone in
stato vegetativo, prestazioni per lo più essenziali e che involvono
direttamente la tutela della salute dell’assistito, sono, quasi sempre,
ingentissimi e, generalmente, non solo non sono sopportabili con le sole
risorse dell’assistito, ma altresì incidono in maniera insopportabile
sulle risorse familiari.
Non stupisce quindi se in questi anni si è assistito ad una marea
montante di ricorsi e decisioni in punto di partecipazione al costo, che
ha messo in luce la parcellizzazione, la mancanza di proporzionalità
quando non l’abnormità (1) ed illogicità (2) dei criteri adottati da
numerosissimi regolamenti comunali.
In questa situazione, che va aggravandosi di pari passo con il protrarsi
della crisi economica, una vera e propria ancora di salvezza per
tantissime famiglie è stata rappresentata dal principio di
evidenziazione della situazione economica del solo assistito di cui
all’art. 3 co. 2 ter D.Lgs 109/1998.
Con tale disposizione, introdotta con il D.Lgs. 130/2000, il legislatore
offriva un correttivo alla disparità di trattamento che deriva da
un’applicazione indiscriminata dell’ISEE anche ai nuclei familiari che
accolgono persone con disabilità grave e anziane non autosufficienti,
con la valorizzazione di reddito e patrimonio di tutti i componenti di
quel nucleo familiare anagrafico di appartenenza (che quindi poteva
comprendere anche fratelli, cognati o conviventi more uxorio dei
fratelli e loro figli (3) a fronte della situazione di dipendenza
derivante dalla non autosufficienza è evidente che la prima, ed
immediata conseguenza di un sistema non corretto, è quella di
disincentivare l’accoglienza, e, paradossalmente, di favorire così
l’istituzionalizzazione.
Significativamente, nel preambolo della Convenzione di New York sui
diritti delle persone con disabilità, si evidenzia che la disabilità
grave è un importante fattore di impoverimento delle famiglie,
sottolineando il fatto che la maggior parte delle persone con disabilità
vive in condizioni di povertà, ed a questo proposito riconoscendo
l’urgente necessità di affrontare l’impatto negativo della povertà sulle
persone con disabilità.
Partendo da questi assunti, la giurisprudenza, ormai pressoché unanime,
aveva ravvisato nel principio di evidenziazione della situazione
economica del solo assistito una diretta attuazione della Convenzione di
New York e dei principi, ivi contenuti, di non discriminazione, dignità
intrinseca, autonomia individuale e indipendenza della persona con
disabilità (4).
Come può esserci autonomia individuale se la scelta della prestazione,
non deve essere fatta solo in punto di appropriatezza, ma dipende dalla
disponibilità di tutti i familiari di farsi carico di, spesso ingenti,
oneri della retta, o anche solo dalla loro volontà di presentare l’ISEE
(5).
Che dignità c’è nel dover elemosinare dai parenti il denaro necessario a
far fronte agli oneri di prestazione indispensabili per una vita
dignitosa, oltre che per la stessa salute?
Quanto al principio di indipendenza della persona con disabilità è
declinato dalla giurisprudenza nel senso di ritenere illegittimi criteri
che rischiano di compromettere ogni minima opportunità di gestione del
proprio reddito in autonomia (6).
Non è, infine, discriminatorio che le prestazioni afferenti l’educazione
e la salute, siano offerte alle persone con disabilità con oneri
abnormemente superiori rispetto a tutte le altre persone?
Proprio con riferimento ai servizi a tutela della salute – e quindi
anche a tutte le prestazioni sociosanitarie, siano esse sanitarie a
rilevanza sociale o sociali a rilevanza sanitaria – peraltro, la
Convenzione di New York, secondo l’interpretazione della giurisprudenza
(7), ne richiede l’erogazione gratuita o a costi accessibili.
Il principio di evidenziazione della situazione economica del solo
assistito, si afferma quindi come un principio di altissima civiltà
giuridica e, forse proprio perché troppo avanzato ha trovato, sin dalla
sua introduzione, enormi resistenze, testimoniate, appunto dalla mole
del contenzioso.
Le resistenze maggiori, in effetti, sono di tipo ideologico: tipica
l’affermazione “non è giusto che il figlio di Agnelli paghi quanto il
figlio dell’operaio” che dimentica sia che anche, e soprattutto, alle
famiglie non abbienti sono chiesti oneri spesso intollerabili, sia che
nessuno si scandalizza se al “figlio di Agnelli” sono garantiti scuola e
cure dal servizio pubblico a carico dei contribuenti; ancor più odiose,
ma spesso, ahimé, sentite, da Amministratori di ogni colore, le
obiezioni del tipo è un problema vostro, sono figli vostri, li avete
messi al mondo voi” che si saldano con la caccia alle streghe dei falsi
invalidi.
A ciò si aggiunge il braccio di ferro tra istituzioni sul piano
finanziario, che vede, pur con le semplificazioni del caso, Comuni e
Regioni invocare uno specifico finanziamento, che lo Stato ritiene di
aver ampiamente compensato con l’aumento della quota sanitaria derivante
dall’approvazione dei LEA, quota sanitaria che però, come accertato da
numerose pronunce spesso e volentieri e con i più svariati artifici non
viene rispettata dalle Regioni (8).
In effetti, l’art. 3 co. 2 ter D.Lgs 109/1998, molto articolato, prevede
che limitatamente alle prestazioni sociali agevolate assicurate
nell'ambito di percorsi assistenziali integrati di natura
sociosanitaria, erogate a domicilio o in ambiente residenziale a ciclo
diurno o continuativo, rivolte a persone con handicap permanente grave,
di cui all'art. 3, co. 3, L. 5.2.1992, n. 104, accertato ai sensi
dell'articolo 4 della stessa legge, nonché a soggetti
ultrasessantacinquenni la cui non autosufficienza fisica o psichica sia
stata accertata dalle aziende unità sanitarie locali, le disposizioni
del presente decreto si applicano nei limiti stabiliti con decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri per la
solidarietà sociale e della sanità. Il suddetto decreto e' adottato,
previa intesa con la Conferenza unificata di cui all'art. 8D.Lgs
28.8.1997 n. 281, al fine di favorire la permanenza dell'assistito
presso il nucleo familiare di appartenenza e di evidenziare la
situazione economica del solo assistito, anche in relazione alle
modalità di contribuzione al costo della prestazione, e sulla base delle
indicazioni contenute nell'atto di indirizzo e coordinamento di cui
all'articolo 3-septies, co. 3, D.Lgs 30.12.1992, n. 502, e successive
modificazioni.
Il rinvio a ben due decreti attuativi di cui solo il secondo - l'atto di
indirizzo e coordinamento di cui all'art. 3-septies, co. 3, D.Lgs
502/1992 – è stato approvato con D.P.C.M. 14.2.2001, mentre il primo
prevedeva una preventiva intesa con la Conferenza unificata e
l’apparente contraddittorietà tra la finalità di favorire la permanenza
dell'assistito presso il nucleo familiare di appartenenza e l’espresso
rinvio a prestazioni residenziali a ciclo continuativo hanno consentito
di insabbiare il provvedimento per ben 12 lunghi anni!
La giurisprudenza sin qui sedimentatasi, non volendo far premio dei
palesi intenti ostruzionistici dei Comuni (9) aveva superato questo
ostacolo, da una parte riconoscendo natura di livelli essenziali delle
prestazioni che devono esser garantiti su tutto il territorio nazionale e
come tali prevalgono sull’eventuale disciplina regionale difforme ai
criteri di accesso alle prestazioni stesse, e quindi anche all’ISEE (10)
e dall’altra affermando l’immediata precettività della disposizione
anche in assenza del previsto decreto attuativo.
Ora la Corte Costituzionale, investita di problematiche connesse al
coordinamento tra la normativa statale ISEE e quelle regionali, con due
diverse sentenze pubblicate entrambe il 19.12.2012, ha prospettato una
soluzione che pur riconosce la centralità del ruolo della Conferenza
unificata Stato-Regioni-autonomie locali, parte da presupposti
completamente diversi e, in aprte contraddittori.
La prima decisione (sentenza 296/2012), infatti, nega che i criteri di
cui al D.Lgs 109/1998 possano essere considerati livelli essenziali
delle prestazioni sociali (LIVEAS) ai sensi dell’art. 117 co.2 lett.m),
sul presupposto che la nuova disciplina per l’individuazione dei livelli
essenziali delle prestazioni relative ai servizi sociali di cui
all’art. 46 co. 3 L. 289/2002 è rimasta inattuata, il che è ancor più
grave, tenuto conto del rilievo che l’art. 117 co. 2 lett. m) Cost.
riconosce alle prestazioni concernenti i diritti sociali che dovrebbero
essere garantite su tutto il territorio nazionale.
Viene, così, ritenuta non fondata la questione di legittimità
costituzionale, sollevata dal TAR per la Toscana, in riferimento al solo
art. 117, co.2, lett. m), Cost., dell’art. 14, co. 2, lett. c), L.R.
Toscana 66/2008 che prevede nel caso di prestazioni di tipo residenziale
che la quota di compartecipazione dovuta dalla persona assistita
ultrasessantacinquenne sia calcolata tenendo conto altresì della
situazione reddituale e patrimoniale del coniuge e dei parenti in linea
retta entro il primo grado derogando espressamente alla disciplina ISEE
nazionale, ancorché solo in via transitoria, e in attesa della
definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale (LIVEAS) e del
loro relativo finanziamento.
Per contro, la seconda decisione (sentenza 297/2012) ha dichiarato
l’illegittimità costituzionale dell’art. 5 del D-L. 201/2011 nella parte
in cui non prevede che il decreto del Presidente del Consiglio dei
ministri ivi menzionato sia emanato d’intesa con la Conferenza unificata
di cui all’art. 8 D.Lgs 281/1997, attraverso due passaggi
argomentativi: a) l’inquadramento della disciplina dell’ISEE nella
competenza esclusiva dello Stato prevista dall’art. 117, co.2, lett. m),
Cost., in tema di LIVEAS; b) la necessità della collaborazione della
Regione nella predisposizione, da parte dello Stato, dei LIVEAS.
Il D.Lgs 109/1998, approvato prima della riforma del titolo V della
Cost., per la Corte, era da includere, anche in forza del rinvio operato
dalla L. 328/2000 tra i princípi fondamentali della materia, ora una
sua modifica che importa la predisposizione di indicatori differenziati,
proprio perché correlata alla contestuale individuazione di una gamma
diversificata di tipologie di prestazioni assistenziali, implica la
specifica determinazione del livello essenziale di erogazione delle
prestazioni medesime. Essa, infatti, si risolve nella identificazione
degli «standard strutturali e qualitativi delle prestazioni, da
garantire agli aventi diritto su tutto il territorio nazionale in quanto
concernenti il soddisfacimento di diritti civili e sociali tutelati
dalla Costituzione.
Se viene ammesso, per la legislazione regionale di far ricorso a criteri
ulteriori ex art. 3 co. 2 D.Lgs 109/1998, quale spazio rimane per le
discipline regionali completamene difformi, quali il Fattore Famiglia
Lombardo, il DURP alto-atesino, l’ICEF trentino?
Entrambe le decisioni sono, peraltro, concordi nell’assegnare un ruolo
centrale alla Conferenza unificata Stato Regioni Autonomie locali di cui
all’art. 8 D.Lgs 28.8.1997, n. 281
Se una necessaria intesa è imposta dalla sentenza 297/2012 per qualsiasi
riforma della disciplina statale dell’ISEE che voglia imporsi sulla
legislazione regionale quale livello essenziale ex art. 117 co. 2 lett.
m), è dall’inerzia di tale organismo, che la sentenza 296/2012 fa
discendere l’inapplicabilità dell’art. 3 co.2 ter D.Lgs 109/1998 e la
possibilità per la Regione Toscana di adottare, in via transitoria, una
disciplina difforme.
Le decisioni in commento, hanno ad oggetto, peraltro, esclusivamente il
metodo, la necessità dell’Intesa Stato-Regioni-Autonomie locali, nessuna
valutazione viene fatta dalla Corte in relazione ai parametri
costituzionali concernenti il merito e, a tacere degli artt. 3 e 53
Cost., in particolare, dei sudelineati principi della Convenzione di New
York sui diritti delle persone con disabilità, che, come evidenziato
dalla medesima Corte costituzionale nella, pure recentissima, sent.
26.10.2012 n. 236, vincolano l’ordinamento italiano con le
caratteristiche proprie del diritto dell’Unione europea a seguito della
ratifica da parte dell’Unione Europea a seguito dell’adesione con
decisione del Consiglio 26.11.2009 n. 2010/48/CE.
Viene così messa a nudo la gravità dell’inerzia della Conferenza Stato
Regioni (11): l’ostruzionismo che ha insabbiato il decreto attuativo
dell’art. 3 co. 2 ter D.lgs 109/1998 pone l’Italia nella non invidiabile
situazione di conculcare i diritti riconosciuti alle persone con
disabilità dalla Convenzione di New York.
Privata dell’alibi giudiziario, la Conferenza unificata va incalzata in
ogni sede e con ogni strumento messo a disposizione dall’ordinamento
posto che, omettendo di fare il proprio dovere, nega non solo
l’erogazione, ma la configurazione stessa delle prestazioni essenziali.
Sarebbe, infatti, intollerabile che i rappresentanti dell’organismo
responsabile della violazione Convenzione di New York possano continuare
a sedere al tavolo dell’Osservatorio che dovrebbe tutelare proprio il
rispetto della stessa Convenzione.
Non si può non denunciare quella che si appalesa come una grave
violazione dei diritti umani, se necessario anche attraverso il ricorso
agli organismi deputati ad accertare tali violazioni, dalla Corte
Europea dei Diritti dell’Uomo allo stesso Comitato Per i Diritti delle
Persone con Disabilità (12)
La stessa Corte costituzionale, del resto, poco prima delle decisioni in
commento, con sentenza 11.10.2012 n.223 aveva tutelato dall’aggressione
alcune componenti del trattamento economico dei magistrati collegate ai
principi di autonomia ed indipendenza della magistratura (13), la cui
riduzione, in sé, in aggiunta alla mancata rivalutazione, determinerebbe
un ulteriore vulnus della Costituzione.
Ben più grave, appare quindi la violazione del principio di indipendenza
delle persone con disabilità che ne mina la stessa sopravvivenza.
Ed è da qui, e dal merito delle ragioni sottostanti al principio che il
mondo della disabilità deve ripartire, da quelle battaglie che avevano
portato a sancire il principio di evidenziazione della situazione
economica del solo assistito in una legge dello Stato.
Dalla pretesa dell’integrale rispetto dei LEA sanitari, già sono stati
definiti e finanziati nel rispetto delle prerogative statali e regionali
e quindi assolutamente esigibili (il che tra l’altro, renderebbe
altresì ben più sostenibile anche per gli enti locali l’applicazione del
principio di evidenziazione della situazione economica del solo
assistito).
Dall’ormai improcrastinabile definizione e finanziamento certo di
livelli essenziali dell’assistenza sociale (LIVEAS) sia a livello
statale che a livello regionale, non potendosi più tollerare, specie in
un momento come questo, di lasciare le persone con disabilità alla mercé
dei tagli indiscriminati degli enti locali (14).
Note
1 - Non può essere definita diversamente la pretesa di oltre € 1.000
mensili per la frequenza di un centro diurno per disabili (come nella
recentissima TAR Milano, Sez. III, sent. 17.12.2012 n. 3065 e magari a
fronte di un ISEE familiare di € 16.000, come in TAR Milano, Sez. I,
sent. 24.3.2011 n. 784), ma l’esperienza annovera anche casi di cessione
alla struttura della casa famigliare per pagare 5 anni di Comunità
Socio-Sanitaria, di tentativi di estorcere testamenti a favore del
Comune, di famiglie indebitate con usurai per pagare la retta della RSA
di persone anziane in coma.
2 - Si pensi alle rette fatte “ad occhio” quali emergono già in TAR
Brescia, sent. 27.4.2004 n. 472, o alla duplicazione dei costi a carico
della famiglia come in TAR Brescia, sent. 5.3.2004 n. 179
3 - Con l’ulteriore corollario che in tal modo si ostacola l’uscita dal
nucleo dei figli maggiorenni – il loro stipendio, infatti, determinando
la ricchezza familiare andrà ad alimentare il pagamento delle rette,
rendendo difficoltoso accantonare quel minimo per costituire una
famiglia autonoma.
4 - E’ proprio in questa materia che la giurisprudenza ha offerto, la
prima e, anche quantitativamente più consistente applicazione della
Convenzione, a partire da TAR Brescia, sent. 2.4.2008 n. 350 sino alle
più recenti decisioni del Consiglio di Stato che hanno evidenziato come
la Convenzione si basi sulla valorizzazione della dignità intrinseca,
dell’autonomia individuale e dell’indipendenza della persona disabile,
specie laddove (art. 3) impone agli Stati aderenti un dovere di
solidarietà nei confronti dei disabili, in linea con i principi
costituzionali di uguaglianza e di tutela della dignità della persona
che, nel settore specifico, rendono doveroso valorizzare il disabile di
per sé, come soggetto autonomo, a prescindere dal contesto familiare in
cui è collocato e pure se ciò può comportare un aggravio economico per
gli enti pubblici (Cons. Stato, sentt. 16.3.2011 n. 1607, 16.9.2011 n.
5185, 10.7.2012 nn. 4071, 4077, 4085, 23.8.2012 n.4594).
5 - Aprendo gravi problemi di responsabilità oggettiva: se uno dei
membri del nucleo non vuole presentare la dichiarazione, infatti, le
conseguenze ricadono in via diretta ed esclusiva sull’assistito.
6 - TAR Brescia, sent. 2.4.2008 n. 350.
7 - A partire da TAR MILANO, sent. 14.5.2010 nn. 1487 e 1488 conf. da Cons. Stato, sentt. 16.3.2011 n. 1607 e 16.9.2011 n. 5185
8 - Appare significativo osservare come le Regioni più restie a dar
seguito alle indicazioni del D.Lgs 109/1998 in relazione alla
partecipazione al costo della componente assistenziale dei servizi
sociosanitaria, siano state condannate anche per il mancato rispetto
della complementare componente sanitaria dei medesimi servizi: così TAR
Firenze, sent. 14.4.2011 n. 694 ha messo in luce come la Regione tenti
di coprire oneri sanitari delle RSA con fondi di natura sociale, TAR
Brescia, sent. 17.10.2011 n. 1453 ha evidenziato il sistematico mancato
rispetto della quota sanitaria del 70% nei servizi per persone con
disabilità grave, TAR Milano, sent. 20.5.2010 n. 1584 ha censurato
addirittura una situazione di coma considerata meramente sociosanitaria,
TAR Genova, ord. 25.5.2012 ha sospeso una delibera regionale non
rispettosa della ripartizione prevista dai LEA per le RSA.
9 - Come espressamente argomentato da TAR Milano, sentt. 24.3.2011 n.
784 e 785, e 10.9.2008 n. 4033, ma anche da Cons.Stato. sent. 26.1.2011
n. 551.
10 - Sulla base dell’intuizione Cons.Stato, ord. 14.9.2009 n. 4582.
11 - Non si può non dimenticare che il provvedimento – che, per il vero,
non conteneva alcun limite, ed anzi dava una piana applicazione alla
legge - predisposto dal Ministero delle politiche sociali e già trovata
l’intesa con il Ministero del Tesoro, giace alla Conferenza Stato
Regioni dal 2004!
12 - Che nella 7ma sessione del 27.4.2012 ha adottato una raccomandazione nei confronti della Svezia
13 - Dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, co. 2,
D.-L. 78/2012, nella parte in cui dispone che i trattamenti economici
complessivi superiori a € 90.000 lordi annui siano ridotti del 5% per la
parte eccedente il predetto importo fino a € 150.000, nonché del 10%
per la parte eccedente € 150.000.
14 - Sul punto non si può non segnalare la recentissima Cons. Stato,
sent. 14.12.2012 n. 6431 che ha stigmatizzato il mancato rispetto della
necessaria priorità nell’utilizzo di risorse comunali destinate
all’assistenza dirottandole prima su cose certo utili ed importanti
quale il pranzo di Natale per gli anziani o il trasporto degli anziani a
i soggiorni estivi, anziché sulle prestazioni individuate dall’art. 22
L. 328/2000.
lunedì 11 febbraio 2013
venerdì 11 gennaio 2013
Storia dell'oro nero
http://www.youtube.com/watch?v=dw2ms9Z4_B0
Il
Petrolio (anche detto oro nero) è un liquido oleoso più o
meno denso, infiammabile, di colore variabile da giallastro a nero,
costituito
essenzialmente
da una miscela di idrocarburi
fossili. Si trova in grandi quantità sotto la superficie terrestre
e viene usato principalmente come combustibile e come materia
prima dell’industria chimica. Le moderne società industriali utilizzano
il petrolio prevalentemente come fonte di carburante per i motori
a combustione
interna, ma, insieme ai suoi derivati, esso viene usato anche
nella produzione di medicinali, fertilizzanti, generi alimentari,
materie plastiche, materiali da costruzione, vernici e tessuti,
nonché per
la produzione di energia elettrica.
La moderna civiltà industriale dipende in larga misura dal petrolio e dai suoi derivati: la struttura fisica e il modo di vivere delle comunità suburbane che circondano le grandi città sono il risultato della mobilità permessa dai mezzi di trasporto moderni e quindi della disponibilità di grandi quantità di petrolio a basso costo. Anche le principali strategie economiche dei paesi in via di sviluppo, mirate a sfruttare le risorse naturali e a fornire derrate alimentari alle popolazioni in rapida crescita demografica, sono basate sul presupposto della disponibilità di petrolio.
Negli anni Settanta, le restrizioni sulle forniture petrolifere imposte per motivi politici determinarono, per un certo periodo, un sensibile aumento dei prezzi e ciò alimentò timori relativi a una scarsità delle risorse di petrolio mondiali. Verso la metà degli anni Ottanta, tuttavia, i prezzi scesero nuovamente, dimezzandosi rispetto ai valori raggiunti dieci anni prima.

Tutti i tipi di petrolio sono costituiti principalmente di una miscela
di idrocarburi (sostanze chimiche organiche le cui molecole sono formate
esclusivamente
da atomi di carbonio e di idrogeno, variabilmente legati gli uni
agli altri), ma solitamente contengono anche zolfo e ossigeno;
il contenuto di zolfo varia dallo 0,1 al 5% circa.
I costituenti del petrolio sono liquidi e solidi, in varia percentuale, perciò la consistenza è molto variabile e può andare da liquidi fluidi, come la benzina, a liquidi talmente densi che è difficile versarli.

Nel petrolio si trovano disciolte anche quantità rilevanti di particelle gassose; ciò si verifica in particolar modo quando il giacimento petrolifero è associato a un giacimento di gas.
Per comodità si distinguono tre classi principali di petroli, a seconda del tipo di idrocarburo prevalente:
Il petrolio si forma sotto la superficie terrestre per
decomposizione di
organismi marini e piante che crescono sui fondali oceanici,
oppure, in
misura minore,
di organismi terrestri che vengono trasportati in mare dai corsi
d’acqua. I resti della decomposizione si mescolano con le sabbie
finissime e con il limo che si depositano sul fondo del mare nelle zone
non caratterizzate da forti correnti, formando sedimenti ricchi di
materiali organici.

Il fenomeno ebbe inizio molti milioni di anni fa con lo sviluppo di un’abbondante fauna marina e continua ancora oggi. I sedimenti, aumentando di spessore, penetrano sotto il fondale marino a causa del loro stesso peso; a mano a mano che altri sedimenti si accumulano, la pressione su quelli sottostanti aumenta in modo considerevole e la temperatura si alza di diverse centinaia di gradi. Il fango e la sabbia si induriscono trasformandosi in argillite e arenaria, il carbonio precipita, le conchiglie si induriscono trasformandosi in calcare e i resti degli organismi morti si trasformano in petrolio greggio e gas naturale.
Il petrolio che si forma ha densità minore dell’acqua salmastra che satura gli interstizi dell’argillite, della sabbia e delle rocce carbonate che costituiscono la crosta terrestre e quindi sale verso la superficie passando dai microscopici pori dei sedimenti più grossi che li sovrastano. Frequentemente il petrolio e il gas incontrano uno strato di argillite impermeabile o di roccia più compatta che impedisce la salita, perciò rimangono bloccati dando origine a un giacimento che viene detto trappola. Quantità elevate di petrolio tuttavia non incontrano simili strati di roccia e risalgono lentamente sulla superficie terrestre o sui fondali oceanici, formando giacimenti superficiali; questi giacimenti comprendono anche laghi bituminosi e gas naturali che fuoriescono naturalmente dalla superficie terrestre.
I giacimenti superficiali furono ignorati dagli esseri umani per migliaia
di anni; per molto tempo essi vennero usati per scopi molto limitati quali,
ad esempio, il calafataggio delle barche e l’impermeabilizzazione dei tessuti. Nel Rinascimento si iniziò a distillare il petrolio
greggio di alcuni giacimenti superficiali per ottenere
lubrificanti e prodotti medicinali, ma il vero e proprio sfruttamento
ebbe inizio solo nel XIX secolo.

All’epoca, la rivoluzione industriale e i conseguenti cambiamenti sociali stimolarono notevolmente la ricerca di nuovi combustibili e in particolare di oli lampanti di buona qualità e al tempo stesso economici: molta gente, infatti, desiderava avere la possibilità di lavorare e leggere anche dopo il tramonto, ma l’olio di balena era estremamente costoso, le candele di sego emanavano un odore sgradevole e i becchi a gas erano disponibili solo nelle abitazioni più moderne delle aree urbane. La ricerca di un combustibile migliore per le lampade determinò un netto aumento della richiesta di petrolio greggio e verso la metà del XIX secolo numerosi scienziati cominciarono a mettere a punto tecniche e metodi per produrre e commercializzare sostanze capaci di soddisfare le esigenze della popolazione. Nel 1852 il fisico e geologo canadese Abraham Gessner ottenne un brevetto per ricavare dal petrolio greggio un combustibile per lampade economico, l’olio di paraffina (kerosene); tre anni dopo il chimico statunitense Benjamin Silliman pubblicò uno studio in cui elencava la vasta gamma di prodotti utili che potevano essere ricavati dalla distillazione del petrolio. Da quel momento ebbe inizio la corsa ai rifornimenti di greggio.
I primi pozzi petroliferi veri e propri furono trivellati in Germania nel 1857-1859. Un avvenimento che ebbe risonanza mondiale tuttavia fu la trivellazione di un pozzo nei pressi di Oil Creek, in Pennsylvania, a opera del colonello Edwin L. Drake: nel 1859 questi effettuò numerosi sondaggi con lo scopo di trovare l’ipotetica “sacca madre” da cui si pensava provenissero tutte le infiltrazioni di petrolio della Pennsylvania occidentale; in realtà il giacimento era profondo solo 21,2 m, ma il petrolio era di tipo paraffinico, quindi molto fluido e facile da distillare. Il successo di Drake segnò l’inizio della rapida crescita della moderna industria petrolifera. Presto il petrolio suscitò l’interesse della comunità scientifica e furono sviluppate ipotesi plausibili riguardo alla sua formazione.
Con l’invenzione del motore a combustione interna e con il crescente fabbisogno energetico causato dallo scoppio della prima guerra mondiale, l’industria petrolifera divenne una delle basi della moderna società industriale.
Per individuare i giacimenti sotterranei, si cerca un bacino
sedimentario
in cui argilliti ricche di materiali organici siano rimaste sepolte
per
un
tempo sufficientemente lungo perché il petrolio abbia potuto
formarsi (il lasso di tempo può variare da decine di milioni a un
centinaio di milioni di anni). Le condizioni dell’ambiente roccioso,
inoltre, devono aver permesso al combustibile di raggiungere strati
rocciosi permeabili delimitati da strati impermeabili capaci di
trattenere grandi quantità di liquido.

I geologi dispongono di molti strumenti per identificare le zone potenzialmente interessanti; ad esempio, i rilevamenti degli affioramenti superficiali di strati sedimentari permettono di dedurre le caratteristiche del primo strato del sottosuolo, che possono a loro volta essere integrate con le informazioni ottenibili perforando la crosta terrestre per prelevare campioni degli strati di roccia attraversati. Inoltre, tecniche sismiche sempre più sofisticate, quali la riflessione e la rifrazione di onde d’urto propagate nel terreno, rivelano dettagli importanti sulla struttura e sull’interrelazione dei vari strati rocciosi presenti sotto la superficie terrestre. In ultima analisi, comunque, l’unico modo per provare inconfutabilmente la presenza di una trappola petrolifera in una determinata zona è trivellare pozzi esplorativi.
Un giacimento petrolifero può comprendere
diversi bacini, che sono in genere situati l’uno sull’altro e separati
da strati di roccia impermeabile, generalmente a una profondità compresa
tra poche decine e diverse centinaia di metri. I
bacini possono estendersi su una superficie di poche decine di ettari o coprire decine di chilometri quadrati, tuttavia è da
notare che la maggior parte del petrolio sfruttato su scala mondiale
viene estratto da un numero relativamente limitato di giacimenti molto
estesi.
Nella maggior parte dei casi, i pozzi petroliferi vengono trivellati con il metodo “a rotazione” (rotary) brevettato in Gran Bretagna nel 1844 da R. Beart. L’elemento più appariscente di un impianto di perforazione è l’alta struttura a traliccio detta torre di trivellazione, o derrick, che a circa tre metri dal suolo sostiene una piattaforma sulla quale sono montati la “tavola rotante” e il relativo apparato motore.

Entro un foro a sezione quadrata della tavola rotante (disposta orizzontalmente) scorrono verticalmente, ricevendone il moto rotatorio, le aste tubolari, pure a sezione quadrata, della batteria di perforazione, che vengono avvitate una sull’altra man mano che penetrano nel terreno. La prima asta, che provvede alla perforazione del terreno, è dotata di una testa tagliente (denominata “scalpello”) variamente sagomata ma in genere costituita da tre ruote dentate coniche ad assi concorrenti, con i denti di acciaio temprato o di altro materiale adatto a frantumare la roccia.
All’interno della batteria di perforazione, che penetra nel terreno spinta dal suo stesso peso, viene pompato fango molto fluido, che dopo aver raggiunto lo scalpello ritorna in superficie (portando con sé i detriti del terreno scavato) passando nell’intercapedine che resta fra le aste della batteria e le pareti del foro (il diametro dello scalpello è infatti maggiore di quello delle aste).
Il petrolio grezzo contenuto nelle trappole sotterranee è solitamente sotto pressione e salirebbe fino ad arrivare in superficie se non fosse bloccato da uno strato di roccia impermeabile; così, quando la trivella penetra in questi bacini petroliferi “pressurizzati”, il petrolio fluisce immediatamente nella zona di bassa pressione costituita dal foro di trivellazione, che comunica con la superficie terrestre. Il pozzo, via via che si riempie di liquido, esercita a sua volta una contropressione sul bacino petrolifero; l’afflusso di altro liquido nel pozzo di trivellazione cesserebbe quindi molto presto, se non entrassero in gioco altri fattori. Nella maggior parte dei casi, a causa dell’elevata pressione, il petrolio greggio contiene una notevole quantità di gas in soluzione; come conseguenza di ciò, quando la soluzione fluisce nel pozzo di trivellazione, dove la pressione è più bassa, il gas si libera e comincia a espandersi, spingendo il liquido verso l’alto. In alcuni pozzi è invece la pressione dell’acqua freatica a spingere il petrolio in superficie.
A mano a mano che si estrae greggio dal giacimento, la pressione
all’interno del bacino e la percentuale di gas disciolto nel
liquido diminuiscono, quindi la quantità di petrolio che sale
in superficie si riduce; a questo punto per continuare l’estrazione è necessario
ricorrere all’azione di una pompa aspirante.

Quando il flusso di petrolio è diventato esiguo, tanto che pomparlo in superficie sarebbe troppo costoso (il che accade, generalmente, quando si è estratto circa il 25% della riserva del bacino), si fa ricorso a tecniche diverse, dette di recupero secondario. Allo stato attuale i sistemi di recupero secondario più usati sono due:
Iniezione di acqua
Per coltivare un giacimento petrolifero di grandi dimensioni, è possibile trivellare numerosi pozzi a distanze comprese tra i 60 e i 600 m, in relazione al tipo di trappola presente nella situazione specifica. Pompando acqua all’interno di alcuni dei pozzi, si riesce a mantenere a un livello pressoché costante (oppure ad aumentare) la pressione interna del bacino. In questo modo si incrementa la percentuale di recupero del petrolio greggio, sfruttando anche il fatto che l’acqua lo sposta fisicamente, facilitandone direttamente il recupero. In alcuni bacini molto uniformi e caratterizzati da un basso contenuto di argilla, l’iniezione di acqua può inoltre aumentare considerevolmente l’efficienza del pozzo.
Iniezione di gas o di vapore
Il gas o il vapore vengono iniettati nel bacino alla maggiore profondità possibile per mezzo di un foro obliquo rispetto alla direzione del foro di estrazione, in modo da spingere verso l’alto il petrolio e, miscelandosi con esso, diminuirne parzialmente la densità. L’iniezione di vapore è impiegata soprattutto nei giacimenti che contengono tipi di greggio molto densi e viscosi, che fuoriescono lentamente. Bitume. Il vapore non solo fornisce l’energia necessaria a spostare il petrolio ma, innalzando la temperatura del bacino, ne riduce in modo significativo la viscosità, permettendo una fuoriuscita più rapida.
Gli impianti di trivellazione in mare aperto sono installati
su speciali piattaforme, capaci di resistere alla forza delle
onde e del vento, che possono essere
sia galleggianti sia poggiare su piloni piantati sul
fondale oceanico a profondità di
diverse centinaia di metri. Come negli impianti di trivellazione tradizionali,
il derrick serve sostanzialmente a sostenere e far ruotare la batteria di perforazione,
alla cui estremità è fissata la trivella stessa. Alcuni pozzi petroliferi trivellati
da piattaforme di questo tipo raggiungono profondità di oltre 6500 m sotto la
superficie dell’oceano.
Una volta estratto, il petrolio viene trattato con sostanze
chimiche e calore, per eliminare l’acqua e le particelle solide
in esso contenute e per separarlo dal gas naturale residuo;
quindi viene immagazzinato in cisterne e trasportato
nelle raffinerie per mezzo di autocisterne, per ferrovia, su navi, o
tramite oleodotti.
La distillazione rappresenta la prima fase della raffinazione del greggio. Il petrolio inizia a vaporizzare a una temperatura leggermente inferiore ai 100 °C: si separano prima gli idrocarburi a più basso peso molecolare, mentre temperature via via più alte sono necessarie per distillare le molecole più grandi. Il primo materiale che si separa dal petrolio greggio è la frazione destinata a essere trasformata in benzina, seguita dalla nafta e dal kerosene. Nelle vecchie raffinerie, le sostanze residue venivano trattate con soda caustica e con acido solforico, quindi distillate in corrente di vapore. I lubrificanti e gli oli combustibili si ottengono dalla parte superiore della torre di distillazione, mentre le cere e l’asfalto si ottengono da quella inferiore.

Il processo di piroscissione, o cracking termico, è stato messo a punto allo scopo di aumentare la resa della distillazione. In questo processo le frazioni più pesanti del petrolio greggio vengono portate ad alte temperature in condizioni di pressione elevata in modo che le molecole più grandi si scindano in molecole più piccole, adatte a essere trasformate in benzina.
La alchilazione e la piroscissione
catalitica sono due procedimenti
di base, introdotti negli anni Trenta per aumentare ulteriormente
la resa in
benzine del petrolio. Nell’alchilazione le piccole molecole prodotte dal cracking
termico vengono ricombinate in presenza di un catalizzatore. In questo modo si ottengono
molecole leggere ramificate dotate di proprietà superiori, ad esempio con caratteristiche
antidetonanti più elevate, da cui si ottengono combustibili utilizzabili per
motori di grande potenza come quelli degli aerei.
Nel processo di cracking catalitico il petrolio greggio viene scisso in presenza
di un catalizzatore finemente suddiviso. Ciò permette di ottenere idrocarburi
diversi che possono essere ricombinati mediante alchilazione, isomerizzazione
e reforming catalitico, per ottenere carburanti dotati di elevate proprietà antidetonanti
nonché prodotti chimici speciali. Ciò portò alla nascita della colossale industria
petrolchimica, che produce una grande varietà di prodotti, come alcol,
detergenti, gomma sintetica, glicerina, fertilizzanti, zolfo, solventi,
sostanze usate nella
produzione di medicinali, nylon, materie plastiche, vernici, additivi
alimentari, esplosivi, coloranti e materiali isolanti.
Nel 1920 i prodotti ricavati dal petrolio greggio erano: benzine (26%); kerosene (13%); gasolio e distillati (48%) e distillati pesanti (13%). In anni più recenti, tuttavia, la resa del petrolio si è modificata, dando luogo a dati diversi: oltre il 50% è impiegato per la produzione di benzine, il 7% per kerosene, il 21% per gasolio e distillati, poco meno del 10% per lubrificanti e il 12% circa per residui più pesanti. Ingegneria petrolifera L’industria petrolifera si avvale del lavoro di numerosi specialisti, che coprono quasi tutti i campi della scienza e dell’ingegneria. L’équipe che effettua l’esplorazione comprende geologi specializzati nei rilevamenti di superficie, impegnati nel ricostruire la configurazione dei vari strati sedimentari del sottosuolo allo scopo di trovare qualche indizio sull’eventuale presenza di trappole petrolifere.
I geologi studiano le “carote” prelevate durante le perforazioni e interpretano i dati trasmessi agli strumenti di registrazione installati in superficie dai dispositivi di raccolta dei dati elettrici, acustici e nucleari calati nel pozzo di trivellazione. I sismologi interpretano i segnali trasmessi in superficie dalle onde sonore propagate nella crosta terrestre. I geochimici studiano la trasformazione della materia organica e i metodi per rilevare e predire l’occorrenza di tale materia negli strati del sottosuolo. Per finire, fisici, chimici, biologi e matematici collaborano al lavoro di ricerca e sviluppo di sofisticate tecniche di esplorazione. Una volta scoperto un giacimento, gli ingegneri petroliferi si occupano della coltivazione. Generalmente essi si specializzano in un ambito di lavoro particolare, occupandosi della trivellazione e delle attrezzature di superficie, dell’analisi petrofisica e geologica del bacino petrolifero, della stima della riserva e della specificazione delle pratiche di coltivazione ottimali, oppure del controllo e sorveglianza della produzione.
L’ingegnere che si occupa della trivellazione supervisiona il programma in base al quale verrà trivellato un pozzo petrolifero in una determinata zona e specifica il tipo di fango da usare, il modo in cui nel pozzo di trivellazione dovrà essere inserita la tubazione di rivestimento in acciaio che servirà a isolare gli strati produttivi da tutti gli altri strati del sottosuolo e infine il modo in cui gli strati produttivi saranno coltivati. Un altro ingegnere generalmente si occupa del progetto e della realizzazione delle attrezzature da installare in superficie, che comprendono le pompe, gli impianti di misurazione del giacimento, gli impianti di raccolta del petrolio coltivato e di separazione del gas, gli impianti di riempimento dei serbatoi e di disidratazione e infine le attrezzature di recupero secondario.
L’ingegnere petrofisico e i geologi, dopo aver interpretato i dati forniti dall’analisi delle carote e dai vari dispositivi di raccolta dati, mettono a punto la descrizione della roccia del bacino e della sua permeabilità, porosità e continuità. L’ingegnere che si occupa della coltivazione vera e propria quindi stabilisce la disposizione e il numero dei pozzi che dovranno essere trivellati, i ritmi di produzione che potranno permettere un recupero ottimale e la necessità di eventuali tecniche di recupero secondarie. Egli cerca inoltre di determinare la produttività e le percentuali di recupero massime che possono essere ottenute dal giacimento in termini di tempo, costi operativi e valore del petrolio greggio estratto.
L’ingegnere della produzione infine effettua il monitoraggio dei pozzi, consigliando e attuando interventi correttivi come: la fratturazione, l’acidificazione, l’approfondimento, la regolazione dei rapporti tra gas e petrolio o tra acqua e petrolio e qualsiasi altro intervento che migliori il rendimento economico del giacimento. Volumi di produzione e riserve Il petrolio greggio è forse la materia prima più utile e più versatile in assoluto. Verso la metà degli anni Ottanta nel mondo si producevano 53,4 milioni di barili al giorno; l’Unione Sovietica era il maggiore produttore mondiale di petrolio, con circa 11,8 barili al giorno, seguita dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita.
Le riserve mondiali di greggio, cioè la quantità di petrolio che gli
esperti sono certi di essere in grado di estrarre dal sottosuolo con
tecniche redditizie,
ammontano a circa 700 miliardi di barili, di cui 360 miliardi si
trovano in Medio Oriente.
Nei prossimi anni saranno scoperti nuovi giacimenti e tecnologie
sempre più sofisticate
permetteranno di incrementare la percentuale di petrolio estratta dalle riserve
già note. Le riserve saranno in ogni caso sufficienti per soddisfare i fabbisogni
energetici dell’umanità fino ai primi decenni del XXI secolo; gli esperti sono
ancora scettici riguardo alla possibilità che le scoperte di altri giacimenti
e le invenzioni future possano permettere di superare di molto tale periodo.
Le riserve disponibili e le proiezioni per l’avvenire suggeriscono che in futuro l’umanità avrà bisogno di fonti di energia alternative. Le opportunità di cui disponiamo tuttavia sono assai limitate, se pensiamo all’ingente fabbisogno energetico che caratterizza le società industrializzate. Gli esperimenti relativi alla raffinazione dell’argillite petrolifera e alla produzione di petrolio sintetico non hanno dato i risultati sperati e rimangono seri dubbi riguardo la competitività dei costi e dei volumi di produzione che si possono ottenere da queste fonti energetiche potenzialmente nuove. Le potenzialità e i problemi sollevati dall’impiego di fonti energetiche alternative come l’energia solare e l’energia nucleare sono trattati nelle voci specifiche. Allo stato attuale l’unico combustibile alternativo che può essere capace di soddisfare l’enorme fabbisogno energetico della società moderna è il carbone, disponibile in tutto il mondo in quantità relativamente abbondanti.
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:: Le fonti di energia / Il petrolio
Le
fonti di energia tradizionali: Il petrolio
La moderna civiltà industriale dipende in larga misura dal petrolio e dai suoi derivati: la struttura fisica e il modo di vivere delle comunità suburbane che circondano le grandi città sono il risultato della mobilità permessa dai mezzi di trasporto moderni e quindi della disponibilità di grandi quantità di petrolio a basso costo. Anche le principali strategie economiche dei paesi in via di sviluppo, mirate a sfruttare le risorse naturali e a fornire derrate alimentari alle popolazioni in rapida crescita demografica, sono basate sul presupposto della disponibilità di petrolio.
Negli anni Settanta, le restrizioni sulle forniture petrolifere imposte per motivi politici determinarono, per un certo periodo, un sensibile aumento dei prezzi e ciò alimentò timori relativi a una scarsità delle risorse di petrolio mondiali. Verso la metà degli anni Ottanta, tuttavia, i prezzi scesero nuovamente, dimezzandosi rispetto ai valori raggiunti dieci anni prima.
Le
caratteristiche principali del petrolio
Tutti i tipi di petrolio sono costituiti principalmente di una miscela
di idrocarburi (sostanze chimiche organiche le cui molecole sono formate
esclusivamente
da atomi di carbonio e di idrogeno, variabilmente legati gli uni
agli altri), ma solitamente contengono anche zolfo e ossigeno;
il contenuto di zolfo varia dallo 0,1 al 5% circa. I costituenti del petrolio sono liquidi e solidi, in varia percentuale, perciò la consistenza è molto variabile e può andare da liquidi fluidi, come la benzina, a liquidi talmente densi che è difficile versarli.
Nel petrolio si trovano disciolte anche quantità rilevanti di particelle gassose; ciò si verifica in particolar modo quando il giacimento petrolifero è associato a un giacimento di gas.
Per comodità si distinguono tre classi principali di petroli, a seconda del tipo di idrocarburo prevalente:
- i petroli a base paraffinica, costituiti prevalentemente da paraffine (idrocarburi a catena aperta saturi, detti anche alcani);
- quelli a base naftenica, costituiti prevalentemente da nafteni (idrocarburi a catena chiusa saturi, detti anche cicloalcani);
- e quelli a base mista, nei quali le percentuali dei due tipi di idrocarburi suddetti sono pressoché uguali.
- Molto più rari e pregiati sono i petroli di una quarta classe, detti a base aromatica perché costituiti prevalentemente da idrocarburi aromatici (cioè formati da uno o più anelli benzenici e detti anche areni).
L'origine
del
petrolio
Il petrolio si forma sotto la superficie terrestre per
decomposizione di
organismi marini e piante che crescono sui fondali oceanici,
oppure, in
misura minore,
di organismi terrestri che vengono trasportati in mare dai corsi
d’acqua. I resti della decomposizione si mescolano con le sabbie
finissime e con il limo che si depositano sul fondo del mare nelle zone
non caratterizzate da forti correnti, formando sedimenti ricchi di
materiali organici.
Il fenomeno ebbe inizio molti milioni di anni fa con lo sviluppo di un’abbondante fauna marina e continua ancora oggi. I sedimenti, aumentando di spessore, penetrano sotto il fondale marino a causa del loro stesso peso; a mano a mano che altri sedimenti si accumulano, la pressione su quelli sottostanti aumenta in modo considerevole e la temperatura si alza di diverse centinaia di gradi. Il fango e la sabbia si induriscono trasformandosi in argillite e arenaria, il carbonio precipita, le conchiglie si induriscono trasformandosi in calcare e i resti degli organismi morti si trasformano in petrolio greggio e gas naturale.
Il petrolio che si forma ha densità minore dell’acqua salmastra che satura gli interstizi dell’argillite, della sabbia e delle rocce carbonate che costituiscono la crosta terrestre e quindi sale verso la superficie passando dai microscopici pori dei sedimenti più grossi che li sovrastano. Frequentemente il petrolio e il gas incontrano uno strato di argillite impermeabile o di roccia più compatta che impedisce la salita, perciò rimangono bloccati dando origine a un giacimento che viene detto trappola. Quantità elevate di petrolio tuttavia non incontrano simili strati di roccia e risalgono lentamente sulla superficie terrestre o sui fondali oceanici, formando giacimenti superficiali; questi giacimenti comprendono anche laghi bituminosi e gas naturali che fuoriescono naturalmente dalla superficie terrestre.
Storia del
petrolio
I giacimenti superficiali furono ignorati dagli esseri umani per migliaia
di anni; per molto tempo essi vennero usati per scopi molto limitati quali,
ad esempio, il calafataggio delle barche e l’impermeabilizzazione dei tessuti. Nel Rinascimento si iniziò a distillare il petrolio
greggio di alcuni giacimenti superficiali per ottenere
lubrificanti e prodotti medicinali, ma il vero e proprio sfruttamento
ebbe inizio solo nel XIX secolo.All’epoca, la rivoluzione industriale e i conseguenti cambiamenti sociali stimolarono notevolmente la ricerca di nuovi combustibili e in particolare di oli lampanti di buona qualità e al tempo stesso economici: molta gente, infatti, desiderava avere la possibilità di lavorare e leggere anche dopo il tramonto, ma l’olio di balena era estremamente costoso, le candele di sego emanavano un odore sgradevole e i becchi a gas erano disponibili solo nelle abitazioni più moderne delle aree urbane. La ricerca di un combustibile migliore per le lampade determinò un netto aumento della richiesta di petrolio greggio e verso la metà del XIX secolo numerosi scienziati cominciarono a mettere a punto tecniche e metodi per produrre e commercializzare sostanze capaci di soddisfare le esigenze della popolazione. Nel 1852 il fisico e geologo canadese Abraham Gessner ottenne un brevetto per ricavare dal petrolio greggio un combustibile per lampade economico, l’olio di paraffina (kerosene); tre anni dopo il chimico statunitense Benjamin Silliman pubblicò uno studio in cui elencava la vasta gamma di prodotti utili che potevano essere ricavati dalla distillazione del petrolio. Da quel momento ebbe inizio la corsa ai rifornimenti di greggio.
I primi pozzi petroliferi veri e propri furono trivellati in Germania nel 1857-1859. Un avvenimento che ebbe risonanza mondiale tuttavia fu la trivellazione di un pozzo nei pressi di Oil Creek, in Pennsylvania, a opera del colonello Edwin L. Drake: nel 1859 questi effettuò numerosi sondaggi con lo scopo di trovare l’ipotetica “sacca madre” da cui si pensava provenissero tutte le infiltrazioni di petrolio della Pennsylvania occidentale; in realtà il giacimento era profondo solo 21,2 m, ma il petrolio era di tipo paraffinico, quindi molto fluido e facile da distillare. Il successo di Drake segnò l’inizio della rapida crescita della moderna industria petrolifera. Presto il petrolio suscitò l’interesse della comunità scientifica e furono sviluppate ipotesi plausibili riguardo alla sua formazione.
Con l’invenzione del motore a combustione interna e con il crescente fabbisogno energetico causato dallo scoppio della prima guerra mondiale, l’industria petrolifera divenne una delle basi della moderna società industriale.
I
giacimenti di petrolio sotterranei
Per individuare i giacimenti sotterranei, si cerca un bacino
sedimentario
in cui argilliti ricche di materiali organici siano rimaste sepolte
per
un
tempo sufficientemente lungo perché il petrolio abbia potuto
formarsi (il lasso di tempo può variare da decine di milioni a un
centinaio di milioni di anni). Le condizioni dell’ambiente roccioso,
inoltre, devono aver permesso al combustibile di raggiungere strati
rocciosi permeabili delimitati da strati impermeabili capaci di
trattenere grandi quantità di liquido.
I geologi dispongono di molti strumenti per identificare le zone potenzialmente interessanti; ad esempio, i rilevamenti degli affioramenti superficiali di strati sedimentari permettono di dedurre le caratteristiche del primo strato del sottosuolo, che possono a loro volta essere integrate con le informazioni ottenibili perforando la crosta terrestre per prelevare campioni degli strati di roccia attraversati. Inoltre, tecniche sismiche sempre più sofisticate, quali la riflessione e la rifrazione di onde d’urto propagate nel terreno, rivelano dettagli importanti sulla struttura e sull’interrelazione dei vari strati rocciosi presenti sotto la superficie terrestre. In ultima analisi, comunque, l’unico modo per provare inconfutabilmente la presenza di una trappola petrolifera in una determinata zona è trivellare pozzi esplorativi.
I
giacimenti
petroliferi: Il Recupero primario
Un giacimento petrolifero può comprendere
diversi bacini, che sono in genere situati l’uno sull’altro e separati
da strati di roccia impermeabile, generalmente a una profondità compresa
tra poche decine e diverse centinaia di metri. I
bacini possono estendersi su una superficie di poche decine di ettari o coprire decine di chilometri quadrati, tuttavia è da
notare che la maggior parte del petrolio sfruttato su scala mondiale
viene estratto da un numero relativamente limitato di giacimenti molto
estesi.
Nella maggior parte dei casi, i pozzi petroliferi vengono trivellati con il metodo “a rotazione” (rotary) brevettato in Gran Bretagna nel 1844 da R. Beart. L’elemento più appariscente di un impianto di perforazione è l’alta struttura a traliccio detta torre di trivellazione, o derrick, che a circa tre metri dal suolo sostiene una piattaforma sulla quale sono montati la “tavola rotante” e il relativo apparato motore.
Entro un foro a sezione quadrata della tavola rotante (disposta orizzontalmente) scorrono verticalmente, ricevendone il moto rotatorio, le aste tubolari, pure a sezione quadrata, della batteria di perforazione, che vengono avvitate una sull’altra man mano che penetrano nel terreno. La prima asta, che provvede alla perforazione del terreno, è dotata di una testa tagliente (denominata “scalpello”) variamente sagomata ma in genere costituita da tre ruote dentate coniche ad assi concorrenti, con i denti di acciaio temprato o di altro materiale adatto a frantumare la roccia.
All’interno della batteria di perforazione, che penetra nel terreno spinta dal suo stesso peso, viene pompato fango molto fluido, che dopo aver raggiunto lo scalpello ritorna in superficie (portando con sé i detriti del terreno scavato) passando nell’intercapedine che resta fra le aste della batteria e le pareti del foro (il diametro dello scalpello è infatti maggiore di quello delle aste).
Il petrolio grezzo contenuto nelle trappole sotterranee è solitamente sotto pressione e salirebbe fino ad arrivare in superficie se non fosse bloccato da uno strato di roccia impermeabile; così, quando la trivella penetra in questi bacini petroliferi “pressurizzati”, il petrolio fluisce immediatamente nella zona di bassa pressione costituita dal foro di trivellazione, che comunica con la superficie terrestre. Il pozzo, via via che si riempie di liquido, esercita a sua volta una contropressione sul bacino petrolifero; l’afflusso di altro liquido nel pozzo di trivellazione cesserebbe quindi molto presto, se non entrassero in gioco altri fattori. Nella maggior parte dei casi, a causa dell’elevata pressione, il petrolio greggio contiene una notevole quantità di gas in soluzione; come conseguenza di ciò, quando la soluzione fluisce nel pozzo di trivellazione, dove la pressione è più bassa, il gas si libera e comincia a espandersi, spingendo il liquido verso l’alto. In alcuni pozzi è invece la pressione dell’acqua freatica a spingere il petrolio in superficie.
I
giacimenti
petroliferi: Il Recupero secondario
A mano a mano che si estrae greggio dal giacimento, la pressione
all’interno del bacino e la percentuale di gas disciolto nel
liquido diminuiscono, quindi la quantità di petrolio che sale
in superficie si riduce; a questo punto per continuare l’estrazione è necessario
ricorrere all’azione di una pompa aspirante. Quando il flusso di petrolio è diventato esiguo, tanto che pomparlo in superficie sarebbe troppo costoso (il che accade, generalmente, quando si è estratto circa il 25% della riserva del bacino), si fa ricorso a tecniche diverse, dette di recupero secondario. Allo stato attuale i sistemi di recupero secondario più usati sono due:
Iniezione di acqua
Per coltivare un giacimento petrolifero di grandi dimensioni, è possibile trivellare numerosi pozzi a distanze comprese tra i 60 e i 600 m, in relazione al tipo di trappola presente nella situazione specifica. Pompando acqua all’interno di alcuni dei pozzi, si riesce a mantenere a un livello pressoché costante (oppure ad aumentare) la pressione interna del bacino. In questo modo si incrementa la percentuale di recupero del petrolio greggio, sfruttando anche il fatto che l’acqua lo sposta fisicamente, facilitandone direttamente il recupero. In alcuni bacini molto uniformi e caratterizzati da un basso contenuto di argilla, l’iniezione di acqua può inoltre aumentare considerevolmente l’efficienza del pozzo.
Iniezione di gas o di vapore
Il gas o il vapore vengono iniettati nel bacino alla maggiore profondità possibile per mezzo di un foro obliquo rispetto alla direzione del foro di estrazione, in modo da spingere verso l’alto il petrolio e, miscelandosi con esso, diminuirne parzialmente la densità. L’iniezione di vapore è impiegata soprattutto nei giacimenti che contengono tipi di greggio molto densi e viscosi, che fuoriescono lentamente. Bitume. Il vapore non solo fornisce l’energia necessaria a spostare il petrolio ma, innalzando la temperatura del bacino, ne riduce in modo significativo la viscosità, permettendo una fuoriuscita più rapida.
I
giacimenti
petroliferi: Trivellazione in mare aperto
Gli impianti di trivellazione in mare aperto sono installati
su speciali piattaforme, capaci di resistere alla forza delle
onde e del vento, che possono essere
sia galleggianti sia poggiare su piloni piantati sul
fondale oceanico a profondità di
diverse centinaia di metri. Come negli impianti di trivellazione tradizionali,
il derrick serve sostanzialmente a sostenere e far ruotare la batteria di perforazione,
alla cui estremità è fissata la trivella stessa. Alcuni pozzi petroliferi trivellati
da piattaforme di questo tipo raggiungono profondità di oltre 6500 m sotto la
superficie dell’oceano.
Processo
di raffinazione del petrolio
Una volta estratto, il petrolio viene trattato con sostanze
chimiche e calore, per eliminare l’acqua e le particelle solide
in esso contenute e per separarlo dal gas naturale residuo;
quindi viene immagazzinato in cisterne e trasportato
nelle raffinerie per mezzo di autocisterne, per ferrovia, su navi, o
tramite oleodotti.
La distillazione rappresenta la prima fase della raffinazione del greggio. Il petrolio inizia a vaporizzare a una temperatura leggermente inferiore ai 100 °C: si separano prima gli idrocarburi a più basso peso molecolare, mentre temperature via via più alte sono necessarie per distillare le molecole più grandi. Il primo materiale che si separa dal petrolio greggio è la frazione destinata a essere trasformata in benzina, seguita dalla nafta e dal kerosene. Nelle vecchie raffinerie, le sostanze residue venivano trattate con soda caustica e con acido solforico, quindi distillate in corrente di vapore. I lubrificanti e gli oli combustibili si ottengono dalla parte superiore della torre di distillazione, mentre le cere e l’asfalto si ottengono da quella inferiore.
Il processo di piroscissione, o cracking termico, è stato messo a punto allo scopo di aumentare la resa della distillazione. In questo processo le frazioni più pesanti del petrolio greggio vengono portate ad alte temperature in condizioni di pressione elevata in modo che le molecole più grandi si scindano in molecole più piccole, adatte a essere trasformate in benzina.
Alchilazione
e piroscissione catalitica
La alchilazione e la piroscissione
catalitica sono due procedimenti
di base, introdotti negli anni Trenta per aumentare ulteriormente
la resa in
benzine del petrolio. Nell’alchilazione le piccole molecole prodotte dal cracking
termico vengono ricombinate in presenza di un catalizzatore. In questo modo si ottengono
molecole leggere ramificate dotate di proprietà superiori, ad esempio con caratteristiche
antidetonanti più elevate, da cui si ottengono combustibili utilizzabili per
motori di grande potenza come quelli degli aerei.
Nel processo di cracking catalitico il petrolio greggio viene scisso in presenza
di un catalizzatore finemente suddiviso. Ciò permette di ottenere idrocarburi
diversi che possono essere ricombinati mediante alchilazione, isomerizzazione
e reforming catalitico, per ottenere carburanti dotati di elevate proprietà antidetonanti
nonché prodotti chimici speciali. Ciò portò alla nascita della colossale industria
petrolchimica, che produce una grande varietà di prodotti, come alcol,
detergenti, gomma sintetica, glicerina, fertilizzanti, zolfo, solventi,
sostanze usate nella
produzione di medicinali, nylon, materie plastiche, vernici, additivi
alimentari, esplosivi, coloranti e materiali isolanti.
Nel 1920 i prodotti ricavati dal petrolio greggio erano: benzine (26%); kerosene (13%); gasolio e distillati (48%) e distillati pesanti (13%). In anni più recenti, tuttavia, la resa del petrolio si è modificata, dando luogo a dati diversi: oltre il 50% è impiegato per la produzione di benzine, il 7% per kerosene, il 21% per gasolio e distillati, poco meno del 10% per lubrificanti e il 12% circa per residui più pesanti. Ingegneria petrolifera L’industria petrolifera si avvale del lavoro di numerosi specialisti, che coprono quasi tutti i campi della scienza e dell’ingegneria. L’équipe che effettua l’esplorazione comprende geologi specializzati nei rilevamenti di superficie, impegnati nel ricostruire la configurazione dei vari strati sedimentari del sottosuolo allo scopo di trovare qualche indizio sull’eventuale presenza di trappole petrolifere.
I geologi studiano le “carote” prelevate durante le perforazioni e interpretano i dati trasmessi agli strumenti di registrazione installati in superficie dai dispositivi di raccolta dei dati elettrici, acustici e nucleari calati nel pozzo di trivellazione. I sismologi interpretano i segnali trasmessi in superficie dalle onde sonore propagate nella crosta terrestre. I geochimici studiano la trasformazione della materia organica e i metodi per rilevare e predire l’occorrenza di tale materia negli strati del sottosuolo. Per finire, fisici, chimici, biologi e matematici collaborano al lavoro di ricerca e sviluppo di sofisticate tecniche di esplorazione. Una volta scoperto un giacimento, gli ingegneri petroliferi si occupano della coltivazione. Generalmente essi si specializzano in un ambito di lavoro particolare, occupandosi della trivellazione e delle attrezzature di superficie, dell’analisi petrofisica e geologica del bacino petrolifero, della stima della riserva e della specificazione delle pratiche di coltivazione ottimali, oppure del controllo e sorveglianza della produzione.
L’ingegnere che si occupa della trivellazione supervisiona il programma in base al quale verrà trivellato un pozzo petrolifero in una determinata zona e specifica il tipo di fango da usare, il modo in cui nel pozzo di trivellazione dovrà essere inserita la tubazione di rivestimento in acciaio che servirà a isolare gli strati produttivi da tutti gli altri strati del sottosuolo e infine il modo in cui gli strati produttivi saranno coltivati. Un altro ingegnere generalmente si occupa del progetto e della realizzazione delle attrezzature da installare in superficie, che comprendono le pompe, gli impianti di misurazione del giacimento, gli impianti di raccolta del petrolio coltivato e di separazione del gas, gli impianti di riempimento dei serbatoi e di disidratazione e infine le attrezzature di recupero secondario.
L’ingegnere petrofisico e i geologi, dopo aver interpretato i dati forniti dall’analisi delle carote e dai vari dispositivi di raccolta dati, mettono a punto la descrizione della roccia del bacino e della sua permeabilità, porosità e continuità. L’ingegnere che si occupa della coltivazione vera e propria quindi stabilisce la disposizione e il numero dei pozzi che dovranno essere trivellati, i ritmi di produzione che potranno permettere un recupero ottimale e la necessità di eventuali tecniche di recupero secondarie. Egli cerca inoltre di determinare la produttività e le percentuali di recupero massime che possono essere ottenute dal giacimento in termini di tempo, costi operativi e valore del petrolio greggio estratto.
L’ingegnere della produzione infine effettua il monitoraggio dei pozzi, consigliando e attuando interventi correttivi come: la fratturazione, l’acidificazione, l’approfondimento, la regolazione dei rapporti tra gas e petrolio o tra acqua e petrolio e qualsiasi altro intervento che migliori il rendimento economico del giacimento. Volumi di produzione e riserve Il petrolio greggio è forse la materia prima più utile e più versatile in assoluto. Verso la metà degli anni Ottanta nel mondo si producevano 53,4 milioni di barili al giorno; l’Unione Sovietica era il maggiore produttore mondiale di petrolio, con circa 11,8 barili al giorno, seguita dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita.
Le
riserve petrolifere mondiali
Le riserve mondiali di greggio, cioè la quantità di petrolio che gli
esperti sono certi di essere in grado di estrarre dal sottosuolo con
tecniche redditizie,
ammontano a circa 700 miliardi di barili, di cui 360 miliardi si
trovano in Medio Oriente.
Nei prossimi anni saranno scoperti nuovi giacimenti e tecnologie
sempre più sofisticate
permetteranno di incrementare la percentuale di petrolio estratta dalle riserve
già note. Le riserve saranno in ogni caso sufficienti per soddisfare i fabbisogni
energetici dell’umanità fino ai primi decenni del XXI secolo; gli esperti sono
ancora scettici riguardo alla possibilità che le scoperte di altri giacimenti
e le invenzioni future possano permettere di superare di molto tale periodo.Le riserve disponibili e le proiezioni per l’avvenire suggeriscono che in futuro l’umanità avrà bisogno di fonti di energia alternative. Le opportunità di cui disponiamo tuttavia sono assai limitate, se pensiamo all’ingente fabbisogno energetico che caratterizza le società industrializzate. Gli esperimenti relativi alla raffinazione dell’argillite petrolifera e alla produzione di petrolio sintetico non hanno dato i risultati sperati e rimangono seri dubbi riguardo la competitività dei costi e dei volumi di produzione che si possono ottenere da queste fonti energetiche potenzialmente nuove. Le potenzialità e i problemi sollevati dall’impiego di fonti energetiche alternative come l’energia solare e l’energia nucleare sono trattati nelle voci specifiche. Allo stato attuale l’unico combustibile alternativo che può essere capace di soddisfare l’enorme fabbisogno energetico della società moderna è il carbone, disponibile in tutto il mondo in quantità relativamente abbondanti.
giovedì 10 gennaio 2013
Faber, io ricordo che facevi nascere i vitellini....
http://www.fondazionedeandre.it/index.html
LE
GRANDI STORIE D'AMORE: FABRIZIO E DORI
da "Il Mattino" di Napoli del 21/08/02
da "Il Mattino" di Napoli del 21/08/02
“ecco a voi
direttamente da casa mia, Dori Grezzi”.
Sua moglie, la
sua corista, Fabrizio De Andrè, la presentava cosi,accendendo
l’ultima sigaretta sul palco. Negli anni '70 ,Dori era stata una
da hit parade. A Mosca gli
ammiratori avevano cinto d’assedio il suo albergo, scambiandola
per Brigitte Bardot. Bionda, bella, grintosa.Adesso era contenta
di fare la corista del marito poeta: Fabrizio la conobbe nel
’74,quando lei cantava con la voce negra di Wess,”Voglio stare
con te”.
Lei disse che
nei primi tempi, lui la tradì. Non era facile vivere con
Fabrizio, anarchico pacifista, nato vincente e schierato con i
perdenti, solitario da cento amici e da cento bottiglie svuotate
anche mezz’ora
prima dei concerti.
Non ce
l’aveva fatta neanche Maritza l’istriana, generoso amore
giovanile. Quando Maritza rinunciò, si fece tutti
gli amici di Fabrizio:non per vendetta ,era cosi.
A lui piacque e
di quella bocca di rosa,fece persino un poema in musica. Persino
una tosta come Enrica Mignon detta Puny, la prima moglie di
Fabrizio,dopo dieci anni alzò le mani e si ritagliò il ruolo
dell’amica. Eppure Faber diceva che era una donna albero.
Cristiano il loro figlio, ne soffrì.
Crebbe musico e
poeta, nell’ombra ossessiva del padre geniale.
Ebbero una
figlia , Fabrizio e
Dori. La battezzarono come Luisa Vittoria, accorciato in Luvi. La
battezzarono perché il rosario del poeta era laico, ma
rispettoso. La prima volta aveva voluto sposarsi in chiesa.
Ripeteva:”Cristo
come filosofo è stato il più grande degli anarchici”.
Difficile
vivere con Fabrizio. Però Dori, parola di lui, aveva “tutte le
caratteristiche della donna orientale, pur essendo nata a Lentate
sul severo. ”Quel riferimento beffardo alle geisha intendeva
descrivere forza, silenzio, comunanza, rispetto.
Un giorno
capitarono in Sardegna,e non la lasciarono più. Comprarono
un’isola di terra a Tempio Pausania e ne fecero una fattoria
,l’Agnata. A volte Fabrizio scendeva ad aiutare i pescatori con
le reti. A volte ,aiutava i vitelli a nascere. Piantava gli alberi.
Diventò amico
dei sardi,prese li la residenza. Contraddittorio,
mai incoerente, una volta votò per un candidato Dc, ”perché era la
persona più per bene”. Anche questo era l’anarchico pedinato a
Genova per sette anni dalla polizia segreta.
La notte del 27
agosto del 1979, tre mascherati, bloccarono la loro macchina,
davanti all’Agnata e
li portarono via. Fabrizio e Dori furono tenuti bendati nelle
foreste della Gallura, 117 giorni,a vvolti attorno agli alberi.
Riuscirono a
far l’amore. Fabrizio parlava di politica al suo carceriere, un ex
comunista. Dopo un mese non resisteva più. Seppellì una
scatoletta di tonno, dal bordo reso tagliente sfregandolo contro
una pietra. Voleva usarla per tagliarsi le vene. Dori lo convinse a tener
duro, parlandogli di Luvi.
Lo obbligò a
giocare con i sassi e i tappi delle bottiglie. Costruì un
mazzo di carte con le scatole dei cerini. Sapeva che le complicate
ragioni di un poeta, hanno una loro semplicità. I rapitori chiesero l’inevitabile
riscatto. A pagare i 600
milioni di riscatto, fu il padre di Fabrizio, l’ingegnere
Giuseppe,c apo dell’eridania, il ricco borghese allievo di Croce.
Dori e Fabrizio
furono liberati prima di Natale, con precedenza alle donne perché
i banditi sardi sono galanti e
prudenti.
Più che la
pena condivisa, fu la specchiata dignità a rafforzare il loro
legame. Dori riprese a cantare. Incise un album bello dedicato
alla figlia, Mama Do-dori.
L'etichetta
era quella della Fado, iniziali di Fabrizio e Dori. Quando Dori
torno a Sanremo, nel’83, Fabrizio era davanti alla tv. Era
diventata più brava. Ma nel 1990, decise di smettere, fare la
corista di Fabrizio le bastava.
Difficile
vivere con Fabrizio anche se si è allenati. Letture notturne,
whisky e chitarre, compagni strambi, racconti sulle bagasce. Ogni
tanto, viaggiava per il mediterraneo.”Sa essere tenero se
vuole”, diceva Dori. Era in
Sardegna nell’estate del ’98, quando quel dolore alla schiena
diventò intollerabile: un tumore. ”E’ un ‘ernia al disco,
guarirà presto”, diceva Dori agli amici.
Fabrizio le
diceva: ”Non farmi addormentare, ho paura di non svegliarmi.”
Lo
tenne sveglio per quattro giorni e quattro notti, finchè Fabrizio
mori, l’11 gennaio.
La fine di un
poeta fu dato in apertura dei tg, senza troppo approfondire, non
conveniva far capire che le sue nuvole in musica cantavano il
popolo contro il potere che le nuvole dei suoi versi
rappresentavano i potenti attestati tra la gente e il sole, tra la
gente e la pace.
Ai
funerali risono l’Ave maria in sardo.LA sera,Dori è sola……
grazie
a Raffaella Pirozzi per aver fornito questo articolo
martedì 1 gennaio 2013
Buon anno buon 2013 con l'amore quello vero quello che non finisce mai
L'amore è sempre paziente e
gentile, non è mai geloso... L'amore non è mai presuntuoso o pieno di
se, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore.
L'amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia
della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a
resistere a qualsiasi tempesta http://www.youtube.com/watch?v=44rLyNNwUSM
domenica 30 dicembre 2012
Dal decreto di Ferragosto alla tariffa di Capodanno Ovvero come uccidere la Democrazia durante le vacanze
| 15:42 (1 ora fa)![]() | ![]() ![]() | ||
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COMUNICATO STAMPA
Dal decreto di Ferragosto alla tariffa di Capodanno
Ovvero come uccidere la Democrazia durante le vacanze
Ieri l'Autorità per l'Energia
Elettrica ed il Gas ha approvato il nuovo Metodo Tariffario Transitorio
2012-2013 per il Servizio idrico Integrato sancendo, nei fatti, la
negazione dei Referendum del Giugno 2011, con cui 27 milioni di
cittadini italiani si erano espressi per una gestione dell'acqua che
fosse pubblica e fuori dalle logiche di mercato.
Già il Governo Berlusconi, solo due mesi dopo i
referendum, aveva varato un decreto che, reintroducendo sostanzialmente
la stessa norma abrogata, avrebbe portato alla privatizzazzione dei
servizi pubblici locali. Tale decreto è stato poi dichiarato
incostituzionale.
In egual modo l'Autorità vara una tariffa che nega, nello
specifico, il secondo referendum sulla remunerazione del capitale e
lascia che si possano fare profitti sull'acqua, cambiando semplicemente
la denominazione in “costo della risorsa finanziaria”, ma non la
sostanza: profitti garantiti in bolletta.
Ma fa anche di peggio.
Infatti, il nuovo
metodo tariffario, metterà a rischio gli investimenti per la gestione
del servizio idrico integrato più di quanto già non accada attualmente.
Ciò avverrà perché in un sistema che si basa sul ricorso al mercato
creditizio, se si allunga il periodo di ammortamento dei cespiti si ha
una conseguente riduzione delle aliquote annue con un impatto negativo
sui flussi di cassa, creando, così, un rischio elevato nel reperimento
delle risorse finanziarie.
Ciò è particolarmente grave visto che il servizio idrico integrato
abbisogna di ingenti investimenti nei prossimi anni (alcune stime
parlano di circa 2 miliardi di € l'anno per i prossimi 20/30 anni).
L'Autorità, in un contesto dove il Governo tecnico di Monti ha
rafforzato un' impostazione neoliberista e di privatizzazione dei beni
comuni, che conferma e ripropone nella sua agenda per il prossimo
governo, si nasconde dietro una deliberazione amministrativa per
affermare una ricetta politica che vuole speculare sui servizi pubblici
essenziali, a partire dall'acqua.
Dietro le manovre tecniche si afferma, inoltre, una sospensione democratica gravissima a danno di tutti noi.
Per
questo vogliamo che il nuovo metodo tariffario venga ritirato e
chiediamo le dimissioni dei membri dell'Autorità. E, chiaramente, non ci
fermeremo ad elemosinare concessioni ma ci batteremo finchè questo non
avverrà e venga ristabilità la volontà popolare.
Perchè si scrive acqua, si legge democrazia, e vogliamo ripubblicizzare entrambe.
Roma, 29 Dicembre 2012.
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Per ulteriori informazioni: Scaric a le osservazioni del Forum Acqua sul Metodo Tariffario
--
Paolo Carsetti
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
Cell. 333 6876990
e-mail: segreteria@acquabenecomune.org
Via di S. Ambrogio n.4 - 00186 Roma
Tel. 06 6832638; Fax. 06 68136225 Lun.-Ven. 10:00-19:00
Sito web: www.acquabenecomune.org
Tel. 06 6832638; Fax. 06 68136225 Lun.-Ven. 10:00-19:00
Sito web: www.acquabenecomune.org
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DettagliAuguri ai partigiani resistenti
http://www.youtube.com/watch?v=EYl91YA7slY i
a tutti quelli che lottano contro il fascismo buona fine 2012 con le Storie di ieri che sono storie di oggi
martedì 25 dicembre 2012
Tav, Corridoio V, Nato e USA. Dalla critica dell’economia politica al conflitto strategico; di Luigi Longo
1. Il 3 dicembre 2012 il presidente del Consiglio dei Ministri
italiano Mario Monti e il presidente della Repubblica francese Francois
Hollande si sono incontrati a Lione per ribadire, all’interno del
trentesimo vertice bilaterale tra i due Paesi, l’importanza strategica
della rete infrastrutturale Torino-Lione, più nota come TAV ( fa parte
della rete ferroviaria dell’Alta Velocità formata dalla “ grande T ”: le
linee da Torino a Venezia e da Milano a Napoli a cui si aggiungerà in
seguito la Milano-Genova; oggi è detta “Alta Capacità” ), considerata
<< un’infrastruttura prioritaria non soltanto per i due Paesi, ma
per l’Unione europea nel suo insieme >> (1).
Perché è una infrastruttura prioritaria? E cosa vuol dire l’Unione europea nel suo insieme?.
Leggerò la questione TAV, tratto Torino-Lione, cercando di rispondere alle due domande e proporrò una lettura della TAV tenendo presente l’intero Corridoio V( di cui fa parte), che unisce Lisbona (Portogallo) e Kiev (Ucraina), con particolare attenzione all’Italia e al suo territorio strategico in direzione dell’Est – Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Dirò subito che l’intero Corridoio V non è strategico per l’Unione europea, perché l’Europa non è un soggetto politico unitario, né costituisce un polo di potenza con una propria strategia, quanto per gli USA, via Nato (Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord), per penetrare ad Est dell’Europa, contrastare le potenze mondiali emergenti (soprattutto Russia e Cina) e ritardare le lagrassiane fasi, multipolare e policentrica, per l’egemonia mondiale ( insieme ad altre acquisizioni di territori per gli obiettivi di lunga strategia di conflitto con i poli di potenza emergenti). Non a caso Zbigniew Brezezinski, con chiarezza imperiale, ritiene che l’area attraversata dai Corridoi I, V e “dei due mari” sia il centro critico della sicurezza europea per: << L’obiettivo strategico fondamentale dell’America in Europa [ che] consiste quindi, molto semplicemente, nel rafforzare, attraverso una più stretta collaborazione transatlantica, la testa di ponte americana sul continente euroasiatico, in modo che un’Europa allargata possa servire a estendere all’Eurasia l’ordinehttp://www.conflittiestrategie.it/tav-corridoio-v-nato-e-usa-dalla-critica-delleconomia-politica-al-conflitto-strategico-di-luigi-longo
Perché è una infrastruttura prioritaria? E cosa vuol dire l’Unione europea nel suo insieme?.
Leggerò la questione TAV, tratto Torino-Lione, cercando di rispondere alle due domande e proporrò una lettura della TAV tenendo presente l’intero Corridoio V( di cui fa parte), che unisce Lisbona (Portogallo) e Kiev (Ucraina), con particolare attenzione all’Italia e al suo territorio strategico in direzione dell’Est – Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Dirò subito che l’intero Corridoio V non è strategico per l’Unione europea, perché l’Europa non è un soggetto politico unitario, né costituisce un polo di potenza con una propria strategia, quanto per gli USA, via Nato (Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord), per penetrare ad Est dell’Europa, contrastare le potenze mondiali emergenti (soprattutto Russia e Cina) e ritardare le lagrassiane fasi, multipolare e policentrica, per l’egemonia mondiale ( insieme ad altre acquisizioni di territori per gli obiettivi di lunga strategia di conflitto con i poli di potenza emergenti). Non a caso Zbigniew Brezezinski, con chiarezza imperiale, ritiene che l’area attraversata dai Corridoi I, V e “dei due mari” sia il centro critico della sicurezza europea per: << L’obiettivo strategico fondamentale dell’America in Europa [ che] consiste quindi, molto semplicemente, nel rafforzare, attraverso una più stretta collaborazione transatlantica, la testa di ponte americana sul continente euroasiatico, in modo che un’Europa allargata possa servire a estendere all’Eurasia l’ordinehttp://www.conflittiestrategie.it/tav-corridoio-v-nato-e-usa-dalla-critica-delleconomia-politica-al-conflitto-strategico-di-luigi-longo
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